Vitamina D, aspettative deluse?

  • Alessia De Chiara
  • Notizie dalla letteratura
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Messaggi chiave

  • In adulti di mezza età e anziani sani, l’integrazione di vitamina D non ha diminuito il rischio di fratture rispetto al placebo.
  • L’effetto non si modifica in base a età, sesso, indice di massa corporea o etnia dei partecipanti o in base ai livelli al basale di 25-idrossivitamina D.

Integrare la vitamina D non diminuisce il rischio di fratture. È quanto emerge da un ampio studio pubblicato su NEJM che mostra come l’integrazione di vitamina D3 non diminuisce il rischio di fratture totali, non vertebrali e dell’anca di un gruppo di americani con età media di circa 67 anni, non scelti in base alla carenza di vitamina D o alla presenza di bassa massa ossea o osteoporosi.

Sono stati condotti diversi studi sul possibile effetto di un supplemento di vitamina D sul rischio di fratture, dai quali sono emersi risultati contrastanti. Inoltre, revisioni sistematiche e metaanalisi hanno sollevato la questione se tale integrazione possa portare benefici nella prevenzione primaria delle fratture.

Quello appena pubblicato è uno studio accessorio di VITAL (Vitamin D and Omega-3 Trial), un trial randomizzato e controllato progettato con lo scopo di analizzare gli effetti di un’integrazione di vitamina D3 (2.000 IU al giorno) e/o di acidi grassi omega 3 (1 g al giorno) nella prevenzione primaria di tumori e malattie cardiovascolari. Risultati precedenti ottenuti su VITAL avevano mostrato che l’integrazione di vitamina D3 non influenza il rischio di caduta o i cambiamenti nella densità minerale o nella struttura ossea. Allo stesso tempo era stato riscontrato un leggero beneficio sulla densità minerale ossea dell’anca e della colonna vertebrale nei partecipanti con livelli basali di 25-idrossivitamina D libera al di sotto della mediana.

Gli autori hanno voluto analizzare l’effetto dell’integrazione della vitamina D3, rispetto al placebo, sul rischio di fratture di 25.871 partecipanti, uomini di almeno 50 anni e donne di almeno 55 anni. In un tempo mediano di 5,3 anni, si sono verificate 1.991 fratture incidenti (segnalate in un primo momento tramite questionari e poi accertate) in 1.551 partecipanti.

Un’analisi aggiustata per vari fattori confondenti non ha mostrato un effetto significativo dell’integrazione di vitamina D3 sul totale delle fratture incidenti (769/12.927 partecipanti nel gruppo vitamina D e 782/12.944 del gruppo placebo), sulle fratture non vertebrali (rispettivamente in 721 e 744 partecipanti) o sulle fratture dell’anca (57 e 56 partecipanti). Risultati simili sono stati ottenuti anche nell’analisi degli endpoint secondari che avevano escluso le fratture a piedi, dita, cranio, periprotesiche e patologiche.

Non sono state inoltre notate variazioni in base alle caratteristiche al basale dei partecipanti, quali età, sesso, etnia, indice di massa corporea, utilizzo personale di integratori di calcio e vitamina D e livelli sierici di 25- idrossivitamina D. Nessun beneficio neanche per quei pochi partecipanti (401) che avevano livelli di 25- idrossivitamina D inferiori ai 12 ng per millilitro, e nessuna differenza nell’incidenza di fratture tra i partecipanti che assumevano farmaci per l’osteoporosi, e quindi ad alto rischio di frattura, o in quelli con una storia di fratture da fragilità.

VITAL è ancora oggetto di analisi. “Gli studi in corso su VITAL stanno valutando se i livelli di 25-idrossivitamina D libera misurati al basale o la variazione genetica nell’assorbimento, nel metabolismo o nella funzione del recettore della vitamina D possono identificare un sottogruppo di pazienti che possono trarre beneficio dall’integrazione di vitamina D per quanto riguarda gli outcome delle fratture” scrivono i ricercatori.