Vita di studente - Know how o know what?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

di Nicolò Romano (studente di medicina)

Nei paesi anglofoni si parla spesso di una distinzione all’interno della sfera della conoscenza, tra il “know-how” (saper fare) e il “know-what” (sapere in senso scolastico). Sebbene non sia una distinzione appartenente ad una rigorosa scuola di pensiero, può essere un buon punto di partenza per riflettere su alcuni aspetti dell’insegnamento della medicina nelle nostre università.

Studiare medicina è un percorso lungo e difficile, si incontrano molte materie ampie e complesse. Anatomia, biochimica, farmacologia, anatomia patologica sono solo alcuni degli esempi. Ma come si insegnano queste materie? Come studente penso di compensare la mancanza di obiettività con l’esperienza di prima mano, da prendere, quindi, con le pinze.

“Come si insegnano” è un problema volutamente diverso da “come si studiano” a livello individuale. Solo nel mio nel mio corso, nel mio ateneo, siamo centinaia. Invece i docenti sono molti meno e il loro approccio è più facilmente analizzabile. In generale riscontro spesso un approccio mnemonico alle varie discipline. In biologia cellulare, per esempio, ci si concentra molto sulla memorizzazione di cascate di proteine e molecole segnalatrici, senza soffermarsi troppo sugli aspetti generali dei meccanismi di segnalazione. Questo credo avvenga per due motivi: il primo è la difficile generalizzabilità di processi molecolari così vari, il secondo è che, in una prospettiva pragmatica, a noi medici interesserà sapere a che livello di un “passaparola” chimico insorge un problema o interviene un farmaco, per cui conoscere la sequenza di impronunciabili sigle è molto importante. Quanto ci sia di corretto in questa mia giustificazione, non lo so.

Queste considerazioni riguardo alla generalizzabilità e utilità sono vere per la biologia cellulare ma valgono per molte materie studiate a medicina. Nel caso delle materie cliniche, per esempio, vengono insegnati metodi diagnostici e terapeutici e questi in molti casi vengono aggiornati rapidamente. Come fare per star dietro al continuo avanzare delle conoscenze tecniche in medicina?

Nelle prime fasi della pandemia abbiamo visto quanto sia importante per i medici saper gestire informazioni e conoscenze con rapidità ed efficacia. Per farlo serve una preparazione critica, metodologica, un “know-how” della medicina che permetta al medico di formare (se serve “al volo”, date le emergenze) il proprio “know-what”. Non solo nozioni il più aggiornate possibili, ma metodi di ricerca bibliografica e strumenti di ragionamento critico sulla letteratura scientifica per trovarsele da soli, le nozioni valide.

Il concetto di “know-how” in effetti contiene al suo interno la caratteristica di un sapere non trasferibile con metodi tradizionali come una lezione frontale o un manuale. Capire se una ricerca è condotta bene o meno è un problema difficile, capire se i suoi risultati sono utili per rispondere ai nostri quesiti terapeutici ancora di più. Per farlo sono richieste sia conoscenze teoriche e nozionistiche nel proprio campo sia una notevole dose di senso critico ed “esperienza”.

Proprio per questo il “know-how” della ricerca medica non viene insegnato nelle università, se non in casi rari. Come risolvere il problema? Ma soprattutto, esiste il problema? A occhio direi di sì, dato il caos che si è creato a causa del Covid con terapie perfettamente evitabili ma colpevolmente accettate. Riguardo alla soluzione, sono come sempre fin troppo perplesso per proporne una, ma pensare di ottenere una laurea e magari una specializzazione senza aver ricevuto un qualche tipo di istruzione formale riguardo alla letteratura scientifica mi agita abbastanza.

Cosa farò? Navigherò a vista? Seguirò pedissequamente linee guida ministeriali fin quando applicabili e mi arresterò sul colpo quando non lo saranno, facendo lasciar le penne a qualche malcapitato? Non lo so, forse mi preoccupo troppo, ma mi piacerebbe che il tema della didattica venisse ogni tanto affrontato da chi se ne intende, coinvolgendo magari anche noi studenti.