Vita di specializzando - Il contatto umano in anestesia

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Stefano Orsenigo (specializzando in anestesia e rianimazione)

Nell'ultimo  mese, a causa ancora una volta dell'emergenza Covid, mi sono trovato a svolgere qualche turno extra in un reparto diverso da quello che ho ormai imparato a considerare... casa.
Questa nuova esperienza mi sta insegnando tanto dal punto di vista clinico, ma mi insegna anche com'è la vita "dall'altra parte della barricata".
Giusto qualche giorno fa mi sono trovato a visitare, insieme a una collega, un paziente piuttosto affabile, GC, un uomo di mezza età purtroppo colpito da Covid-19. Le sue condizioni non sono tali da necessitare un ricovero in terapia intensiva, il che significa che la terapia ventilatoria che gli stiamo offrendo non necessita di un orrendo tubo a impedire il movimento delle sue corde vocali. Posso parlarci.
Entriamo, lo visitiamo, rimaniamo un po' ad ascoltare le vicende della sua avvincente vita, che ci distribuisce a piene mani. Ci racconta dei suoi primi impieghi, dell'incontro con quella che è ormai da quarant'anni sua moglie, la laurea conseguita in tarda età.
Lo ascoltiamo come bambini incantati da una fiaba, ben disposti a raccogliere un frammento di una storia. La sua storia.
Nell'uscire dalla sua stanza ci permettiamo anche uno scambio di battute e una risata.
Iniziamo a discutere del caso clinico, aggiustiamo la terapia. Il solito insomma.
A un tratto la mia collega mi guarda, evidentemente ripensando alla visita appena fatta. Ma il suo dubbio non è clinico.
"Vedi? Io non potrei mai fare anestesia e rianimazione. Vi manca il contatto umano con il paziente!"
Sono rimasto un po' interdetto da questa sua frase.
Non che mi abbia davvero stupito, so bene che è un pensiero comune.

Un altro episodio è avvenuto invece qualche anno prima che io entrassi in specialità. Ero a Roma, per un'esperienza sempre in sala operatoria.
Andai a fare una visita preoperatoria, per sincerarmi delle condizioni del paziente prima che fosse sottoposto a chirurgia.
Il paziente si chiamava ML, un signore anziano che aveva subìto una frattura dell'omero e che per via di una demenza avanzata, aveva sviluppato un forte delirio paranoide.
Ricordo con molto sgomento quanto rimasi scosso dal conoscerlo.
La visita preoperatoria, ho sempre pensato, ha sì lo scopo di evidenziare lo stato clinico del paziente, ma anche di mettere la persona che si ha davanti, verosimilmente terrorizzata per l'intervento, il più possibile a suo agio.
ML non era minimamente accessibile. Quale che fosse il mio gesto, la scelte delle mie parole, egli mi ricacciava con veemenza, in preda alle sue paure.
Mi sentii terribilmente impotente.
Ricordo che quell'evento mi toccò talmente tanto che ebbi una forte crisi.
Venne a parlarmi un'anestesista, per cercare di tirarmi su di morale. Nonostante le migliori intenzioni, fu un disastro.
"Dovresti ripensare al tuo percorso. Forse anestesia non è ciò che devi fare. E pensa che in questo lavoro c'è pochissimo contatto con il paziente...."
Alzai la testa e fissai il mio sguardo nel suo.
Ma come!?
Come poteva un'anestesista con la sua esperienza, dirmi una cosa del genere?
Eppure io sapevo che non era così. E nei due anni di specialità ho potuto rafforzare questa mia convinzione.
Quanti casi, in quei pochi anni mi avevano dimostrato il contrario!
Quante volte il paziente entrava in sala operatoria molto più calmo e disposto ad affrontare l'intervento, o abbandonava la propria reticenza a essere sottoposto a una determinata tecnica anestesiologica rispetto ad un'altra.
E pure, non dimenticherò il sorriso di CB, una paziente della rianimazione ancora impossibilitata a parlare dai nostri presidi, quando mi sono seduto a fianco al suo letto, mazzo di carte in mano a giocare la sua prima partita di scopa dopo due mesi di terapia intensiva.

No. Non è vero che in anestesia e rianimazione manca il contatto con il paziente.
Quel contatto c'è e fa spesso la differenza.
Anzi è spesso molto intenso perché proprio in quei dieci, venti minuti, si condensano tutta l'emotività e le emozioni di intere settimane.