Varianti di SARS-CoV-2: dobbiamo averne paura?


  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Notizie Mediche Univadis
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I tecnici le chiamano B.1.1.7, B.1.351 e P.1, per tutti gli altri sono più note, rispettivamente, come varianti inglese, sudafricana e brasiliana del nuovo coronavirus. E a partire da dicembre 2020, queste tre varianti sono diventate protagoniste di numerose ricerche cliniche ed epidemiologiche, di dibattiti tra esperti e, non ultima, della preoccupazione dei medici e della popolazione generale.

Come si legge in un articolo recentemente pubblicato su ScienceMag.org, centinaia di ricercatori si sono riuniti in un meeting dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per discutere delle principali domande scientifiche portate alla ribalta da queste nuove mutazioni e la stessa OMS ha riunito un paio di giorni dopo il proprio Comitato di Emergenza COVID-19 per valutare l’impatto delle tre varianti e definire le strategie di azione.

Vale dunque la pena capire meglio cosa si sa oggi su queste nuove forme di coronavirus e su come potrebbero influenzare l’andamento della pandemia.

 

Mutare è virale

L’insorgere di nuove mutazioni in un virus può essere preoccupante, specialmente se tali mutazioni comportano una trasformazione delle caratteristiche del virus stesso o la gravità della malattia ad esso collegata e la capacità dell’organismo umano di contrastarla. Non bisogna però dimenticare che mutare (e quindi dare origine a nuove varianti) è tipico dei virus, incluso SARS-CoV-2. “Già all’inizio della pandemia hanno iniziato a circolare varianti di SARS-CoV-2 che fanno parte del processo naturale che i virus utilizzano per svilupparsi e adattarsi al proprio ospite quando si replicano” spiega in un commento Lawrence S. Young, virologo e professore di oncologia molecolare alla Warwick Medical School, University of Warwick. “Solo a livello della proteina spike sono già state identificate almeno 4.000 mutazioni” ricorda.

Ripercorrere le tappe della pandemia, non fa altro che confermare quanto le mutazioni siano comuni e come, in alcuni casi, conferiscano al virus un vantaggio che permette alla nuova variante di diffondersi.

Si parte infatti dalla variante con la mutazione D614G, comparsa a fine gennaio 2020, che nell’arco di alcuni mesi ha sostituito a livello globale il ceppo inizialmente identificato in Cina. Ad agosto-settembre 2020 è stata la volta del “Cluster 5”, la variante danese legata in particolare ai visoni, per arrivare poi a metà dicembre, con la comparsa della variante inglese e, pochi giorni dopo, anche di quella sudafricana. Ultima in ordine di tempo la variante brasiliana, la cui identificazione ufficiale risale a gennaio 2021.

 

Fotografie molecolari

Le nuove varianti presentano caratteristiche molecolari peculiari, sono in genere caratterizzate da un numero elevato di mutazioni, alcune delle quali interessano direttamente la proteina spike. Identificare similitudini e differenze tra le diverse varianti può aiutare gli esperti a mettere in campo strategie efficaci per comprenderne la pericolosità e contrastarne la diffusione. Di seguito alcuni dettagli molecolari, approfonditi dagli esperti dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi in una pagina dedicata alle nuove varianti di SARS-Cov-2 e descritti anche in un recente articolo pubblicato sul British Medical Journal.

La variante inglese è nota in particolare per la mutazione in posizione 501 (N501Y, all’interno della proteina spike), alla quale si aggiungono poi numerose mutazioni e delezioni (nota la 69/70 che modifica la forma della proteina spike) fino ad arrivare a un totale di 23 sostituzioni aminoacidiche.

Nel caso della variante sudafricana, oltre che della N501Y, si parla soprattutto delle mutazioni K417T e E484K all’interno del dominio di legame della proteina spike a causa dell’impatto che queste modifiche potrebbero avere a livello di trasmissibilità e di efficacia della risposta anticorpale.

Le stesse tre mutazioni (K417T, E484K, N501Y) caratterizzano anche la più recente variante brasiliana, che presenta in totale 17 sostituzioni aminoacidiche uniche.

 

Come cambia la lotta alla pandemia

Sebbene molte delle mutazioni insorte o che insorgeranno nel corso della pandemia non abbiano alcun significato a livello clinico, gli esperti sono concordi sulla necessità di non abbassare la guardia. Numerose possono essere infatti i rischi legati a nuove varianti, come ricordano gli esperti dei CDC statunitensi.

  • Diffusione più rapida nella popolazione. È già stato dimostrato con per la mutazione D614G e ci sono dati che dimostrano come la variante inglese sia più efficiente e rapida nella trasmissione.
  • Capacità di causare malattia più grave. Al momento non ci sono dati a supporto di questa affermazione per quanto riguarda le varianti di SARS-CoV-2.
  • Capacità di sfuggire ad alcuni test diagnostici. In realtà, i test oggi più diffusi identificano diverse regioni del virus e non sembrano in genere perdere la loro capacità diagnostica di fronte alle nuove varianti.
  • Ridotta suscettibilità a terapie come anticorpi monoclonali. Attualmente non ci sono dati per quanto riguarda SARS-Cov-2 e le sue varianti.
  • Capacità di sfuggire alla risposta immunitaria (naturale o indotta dal vaccino). Un rischio particolarmente preoccupante in queste prime fasi delle campagne vaccinali a livello globale.

 

Nuove varianti, nuovi vaccini?

“Sia la vaccinazione che l’infezione naturale da SARS-CoV-2 producono una risposta policlonale che ha come bersagli diverse regioni della proteina spike. Per sfuggire del tutto a questa risposta immunitaria il virus dovrebbe accumulare mutazioni multiple nella proteina spike” spiegano gli esperti CDC, ricordando che sono attualmente in corso numerose ricerche per valutare l’efficacia dei vaccini contro le nuove varianti.

Alcuni studi recenti fanno sorgere comunque dubbi importanti. Un lavoro recente (non ancora sottoposto al processo di peer review) mostra per esempio che la mutazione E484K presente sia nella variante sudafricana che in quella brasiliana, riduce di oltre 10 volte la capacità neutralizzante del siero da donatori. “Comunque questo non significa necessariamente che la risposta immunitaria contro la nuova variante si riduca di 10 volte” precisa l’autore. Un altro studio ha invece mostrato che il 42% del piccolo gruppo di campioni analizzati e provenienti da Manaus, in Brasile, era positivo per la nuova variante P.1. Un dato importante soprattutto alla luce dello studio pubblicato a metà gennaio su Science nel quale si è visto che il 75% della popolazione della stessa area presentava anticorpi contro SARS-CoV-2, ed era quindi già entrato in contatto con il virus. Di fronte a questi dati, gli esperti stanno valutando se la nuova variante brasiliana sia quindi più trasmissibile o se aumenti la possibilità di re-infezione dei singoli individui.

 

Gli esperti e le aziende produttrici al momento inviano messaggi rassicuranti: le nuove varianti non sembrano annullare l’efficacia dei vaccini (con particolare riferimento a quelli prodotti da Pfizer/BionTech, Moderna e Oxford/Astra Zeneca).

“Le mutazioni E484K and K417N possono interferire maggiormente con l’efficacia dei vaccini rispetto al quelle identificate nella variante inglese” spiega Julian W Tang, virologo clinico della University of Leicester (Regno Unito), parlando della variante sudafricana. “Ciò non significa che gli attuali vaccini non funzionano contro la nuova variante, ma potrebbe significare che gli anticorpi indotti dalla vaccinazione non riusciranno a legare e neutralizzare la variante sudafricana altrettanto bene rispetto a quella inglese” aggiunge.

 

La buona notizia è che, anche in caso di necessità di “ridisegnare” i vaccini contro SARS-CoV-2, il processo potrebbe avvenire in modo relativamente semplice e in tempi piuttosto brevi, stando a quanto affermato in un’intervista al British Medical Journal da Andrew Pollard, a capo dei trial clinici per il vaccino Oxford nel Regno Unito, in Brasile e Sud Africa.