Vaccino contro il vaiolo delle scimmie: perché ai medici no?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Nello stabilire le priorità per l’assegnazione delle prime, pochissime, dosi disponibili di vaccino contro il vaiolo delle scimmie, il Ministero della Salute non ha considerato gli operatori sanitari. Le prime categorie ad alto rischio a cui viene offerta la vaccinazione, come profilassi pre-esposizione, comprendono infatti solo il personale di laboratorio con possibile esposizione diretta a orthopoxvirus e le persone gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) in condizioni di alto rischio per aver avuto negli ultimi 3 mesi più partner sessuali, aver partecipato a eventi di sesso di gruppo o incontri sessuali in locali/club/cruising/saune, per aver avuto almeno un episodio di infezione sessualmente trasmessa nell'ultimo anno o per aver l’abitudine di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (chemsex).

D’altra parte l’Italia dispone oggi di sole 5.200 dosi di Jynneos, vaccino a virus Ankara vivo ma non replicante, appena sufficienti a vaccinare 2.600 persone. Per la vaccinazione occorrono infatti due somministrazioni, necessarie per raggiungere una sufficiente concentrazione di anticorpi contro il vaiolo umano, che in laboratorio hanno dimostrato di neutralizzare anche quello delle scimmie.

I dati disponibili, gli unici presentati alle agenzie regolatorie, sono per ora preclinici, o basati su studi preliminari, che hanno valutato solo la risposta anticorpale. Prove di efficacia sul campo, per ora, non ce ne sono. In varie parti del mondo, i trial stanno partendo soltanto adesso, e anche per questo, oltre che per la scarsità di dosi, l’idea di una possibile campagna di massa è del tutto prematura.

Per la fine del mese il ministero della Salute attende un rifornimento di altre circa 10.500 dosi, donate come le attuali dalla Commissione europea, ma per il momento la Bavarian Nordic, unica azienda al mondo a produrlo, non è in grado di rispondere a nuovi ordini: dato lo scarso e poco redditizio mercato del vaccino (fino a pochi mesi fa stoccato quasi esclusivamente per preparedness a eventuali guerre biologiche o atti di bioterrorismo), si era infatti deciso, poco prima della nuova emergenza, di smantellare la linea di produzione per dedicarla ad altri vaccini. Per questo, almeno fino al 2023, Bavarian Nordic non accetta nuovi ordini e solo gli Stati Uniti hanno scorte significative, seppure insufficienti anche per le loro esigenze nazionali.

Dati questi limiti, la vaccinazione è limitata per ora a Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Veneto, le quattro regioni dove si è verificata la maggior parte degli attuali 600 casi. Anche prima dell’arrivo dei rifornimenti di circa 10.500 ulteriori dosi attese per la fine del mese, altre Regioni potranno comunque in caso di necessità far richiesta di multipli di 20 fino a 60 dosi, mentre una quota resterà in deposito al Ministero della salute, per eventuali emergenze.

Con questi numeri non si poteva ovviamente coprire la totalità degli operatori sanitari, ma nemmeno quelli che hanno una maggiore possibilità di venire a contatto con pazienti contagiosi. Si potrebbe pensare alla necessità di proteggere chi opera nei reparti di malattie infettive, ma allora perché non i medici di famiglia, i dermatologi o tutto il personale che ruota nei pronti soccorsi, a cui molti pazienti potrebbero rivolgersi per valutare le vescicole comparse sulla pelle? Oltre che i medici andrebbero protetti gli infermieri, che spesso sono a più stretto contatto con i pazienti, ma anche il personale addetto alle pulizie, data la capacità del virus di rimanere sulle superfici e trasmettersi attraverso lenzuola o altri oggetti.

Seguendo questo approccio, il numero delle persone da vaccinare crescerebbe a dismisura, ben al di là delle consegne su cui si può sperare per i prossimi mesi. Inevitabile, quindi, restringere, almeno per il momento, le popolazioni target da vaccinare, puntando sui comportamenti che, almeno per il momento, si associano alla stragrande maggioranza dei casi.

Ciò non significa che gli altri si possono sentire al sicuro: tutti gli operatori devono prestare particolare attenzione all’igiene, al lavaggio delle mani e all’uso dei DPI già consigliati contro Covid-19. Nonostante le diverse modalità di trasmissione, il loro uso è ancora prezioso.