Vaccino antifluenzale e COVID-19: benefici limitati


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Notizie Mediche Univadis
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L’ultimo in ordine di tempo è uno studio uscito sulla rivista Vaccines e condotto da un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino di Milano che dimostra come, nel periodo del lockdown, le Regioni Italiane con un più alto tasso di copertura della vaccinazione antinfluenzale nella popolazione ultra65enne mostravano anche un minor numero di contagi, un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi e un minor numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva e di decessi per COVID-19.

Ma gli studi a supporto della vaccinazione antinfluenzale come presidio antiCOVID-19 sono numerosi. Tra questi una ricerca statunitense, per ora disponibile solo in pre-print su Medarxiv che suggerisce un possibile effetto protettivo della vaccinazione sulla popolazione più anziana.

 

Metodologie deboli

Ricerche interessanti, che hanno scatenato la “corsa al vaccino”, creando non poche difficoltà di distribuzione e reperimento delle dosi per tutta la popolazione. Ma quali sono le evidenze a supporto di un intervento di immunizzazione così esteso?

“Le prove sono purtroppo ancora poche” spiega Antonio Clavenna, capo unità del Dipartimento di Ricerca Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri di Milano. “Gli studi come quello pubblicato su Vaccines o quello statunitense hanno importanti problemi metodologici. Le variabili che possono spiegare la correlazione tra vaccinazione e minore impatto di COVID-19 sono molte: dalla sieroprevalenza nella Regione presa in esame alla mortalità in eccesso, così come bisogna considerare i tassi di ospedalizzazione. Inoltre guardare a questi indicatori a livello regionale è fuorviante perché, giusto per fare un esempio, la sieroprevalenza di Covid-19 in Val Seriana sfiora il 40 per cento contro una media in altre province lombarde che non arriva al 5 per cento. Non si può mettere tutto nello stesso calderone. Lo studio USA, poi, è basato su dati amministrativi e comunque dimostra che il vaccino antifluenzale è associato a una minore mortalità per COVID-19 nella fascia degli anziani, ma meno di altri vaccini”.

Il meccanismo biologico ipotizzato per spiegare l’effetto protettivo è legato alla stimolazione aspecifica del sistema immunitario e all’attivazione dell’immunità cellulare, che si ottiene con qualsiasi vaccino ma in particolare con quello antitubercolare.

“Sono in corso trial clinici che utilizzano il bacillo di Calmette-Guerin per attivare la risposta immunitaria cellulare contro Sars-CoV2, ma i dati non sono ancora disponibili” spiega Clavenna.

 

L’impatto sul SSN

Per quel che riguarda invece l’impatto della campagna vaccinale sul sistema sanitario, i dati sono ancora meno confortanti. “L’efficacia del vaccino antinfluenzale varia dal 40 al 60 per cento nel migliore dei casi. Quindi anche quando si vaccina tutta la popolazione, il virus influenzale circola ugualmente. Inoltre vi sono tutte le sindromi parainfluenzali, che creano complicanze e ospedalizzazioni: il SSN e gli ambulatori dovranno comunque farvi fronte” spiega ancora Clavenna.

Sbagliato quindi invocare la vaccinazione universale? “Il messaggio che tutti dovrebbero vaccinarsi è fuorviante. Meglio focalizzarsi come sempre sulle categorie a rischio, riservando gli sforzi agli over65. Per quanto riguarda la vaccinazione pediatrica, ricordiamoci che la fascia di età in cui si ottiene l’efficacia maggiore è quella scolare e adolescenziale, ma non ci sono abbastanza vaccini per tutti, per cui è meglio riservarli agli anziani e alle categorie a rischio, ovvero pazienti cronici con disturbi cardiovascolari, diabete o malattie respiratorie croniche. Sono gli stessi soggetti a rischio di COVID-19 e l’obiettivo è quello di evitare a tutti i costi la coinfezione da parte dei due virus, che potrebbe effettivamente diventare pericolosa”.

 

 

Difficoltà di approvvigionamento

Applicare rigorose norme di triage nella distribuzione dei vaccini è importante anche per non lasciare scoperti coloro che ne hanno più bisogno, in una stagione che già si profila complicata per il reperimento delle dosi. Fabrizio Pregliasco, presidente nazionale Anpas, spiega che “il problema è che le dosi, in termini di produzione, sono state decise a febbraio. I contratti vengono stipulati, a seconda della Regione, dalle centrali di acquisto, agenzie di servizi, ATS o ASL. Adesso il tentativo è di colmare il gap comprando all'estero, ma è molto difficile. Purtroppo non c'è stato un coordinamento di acquisto nazionale ma le Regioni sono andate in ordine sparso. Questo fa sì che possano esserci Regioni, che si sono mosse prima e meglio, che avranno tutti i vaccini necessari, e Regioni in cui mancheranno”.

Secondo i dati della Fondazione Gimbe, in sette Regioni e due Province autonome mancano le scorte per proteggere almeno il 75 per cento delle persone a rischio, mentre nel resto del territorio il problema riguarda la popolazione in generale. Le Regioni più in affanno sono Abruzzo, Basilicata, Lombardia, Molise, Piemonte, Umbria, Valle d'Aosta e le Province di Trento e Bolzano. Nelle restanti 12 Regioni il fabbisogno è meno elevato, ma non c’è disponibilità di dosi per tutti, nonostante siano state acquistate 18 milioni di dosi contro i 12 milioni e mezzo dello scorso anno.