Uniformare il follow-up per migliorare l’assistenza ai cancer survivors


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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Approccio multidisciplinare e stratificazione del rischio possono rappresentare i punti cardine per una gestione ottimale dei pazienti che sopravvivono a una diagnosi di linfoma. È questo il messaggio chiave di un articolo appena pubblicato sulla rivista Tumori dalla Fondazione Italiana Linfomi (FIL).

Non esiste un modello unico per la gestione dei cancer survivors. Ai modelli più strutturati, quelli adottati negli Stati Uniti con cliniche specializzate e un piano di cure su misura per ogni paziente, se ne affiancano molti altri. La FIL si è interrogata su come venga correntemente gestito il follow-up del linfoma in Italia. All’incirca l’80% dei 58 centri affiliati alla FIL che hanno preso parte all’inchiesta continua a seguire i pazienti sopravvissuti al linfoma di Hodgkin e al linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) anche oltre 5 anni dalla fine dei trattamenti: un centro su tre prosegue il follow-up fino al decimo anno, quasi la metà dei centri per più di 10 anni. Il 40% dei centri ha un programma dedicato ai sopravvissuti al linfoma. Questi programmi sono più frequentemente disponibili negli IRCCS che nei centri accademici o nei centri ematologici. Nel 60% dei casi viene utilizzato un approccio multidisciplinare: il 20% dei centri offre 1-2 valutazioni specialistiche oltre a quella dell’oncoematologo, il 40% ne offre più di 3. Solo un centro su dieci svolge attività di ricerca sulla gestione dei lungo-sopravviventi.

“Queste informazioni rappresentano un punto di partenza per ipotizzare un modello clinico che permetta di offrire il miglior follow-up sul lungo periodo e che tenga conto delle capacità organizzative degli ospedali italiani” scrivono gli autori. Il follow-up dei cancer survivors potrebbe essere guidato da un modello di valutazione del rischio in cui i pazienti considerati a basso rischio per le caratteristiche della malattia, la complessità dei trattamenti antineoplastici e le comorbilità potrebbero beneficiare di un follow-up basato sulle cure primarie, i pazienti a rischio intermedio di un follow-up coordinato dall’oncologo e dal medico curante e i pazienti ad alto rischio di un follow-up gestiti da oncologi con competenze specifiche. Secondo gli autori dell’inchiesta è difficile ipotizzare almeno per ora la creazione di cliniche specializzate per i cancer survivor, mentre è più realistico pensare di potenziare i modelli multidisciplinari esistenti ed espanderli ai principali ospedali italiani.