Una nuova opzione di trattamento per il lupus eritematoso cutaneo

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • Litifilimab, un anticorpo monoclonale umanizzato anti-BDCA2 (blood dendritic cell antigen 2) è risultato superiore al placebo per quanto riguarda una specifica misura di attività cutanea di malattia in pazienti con lupus eritematoso cutaneo (LEC).
  • Servono ulteriori studi per valutare sicurezza ed efficacia del trattamento anche sul lungo periodo.

I risultati di uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine suggeriscono che il trattamento con litifilimab migliora, rispetto al placebo, i punteggi Cutaneous Lupus Erythematosus Disease Area and Severity Index–Activity score (CLASI-A) in pazienti con lupus eritematoso cutaneo (LEC) da moderato a grave.

“Il LEC è una patologia autoimmune caratterizzata da manifestazioni cutanee eterogenee e che può manifestarsi sia in presenza che in assenza di lupus eritematoso sistemico (LES)” esordiscono gli autori, guidati da Victoria P. Werth, della University of Pennsylvania e del Corporal Michael J. Crescenz Veterans Affairs Medical Center, entrambi a Philadelphia. “Il LEC può causare danni irreversibili, peggiora la qualità di vita dei pazienti e si associa a depressione, ansia e fatigue” aggiungono, ricordando che oggi il trattamento di prima linea per la patologia include glucocorticoidi topici e terapie anti-malariche.

“In caso di mancata risposta all’idrossiclorochina è comune una escalation con farmaci immunomodulatori e l’utilizzo a lungo termine di glucocorticoidi è limitato dagli effetti collaterali della terapia” precisano Werth e colleghi che nella loro analisi hanno riportato i dati dello studio di fase 2 nel quale sono stati confrontati gli effetti di placebo e diverse dosi di litifilimab, un anticorpo monoclonale umanizzato anti-BDCA2.

Come si legge nell’articolo, BDCA2 è un recettore espresso esclusivamente sulla superficie delle cellule dendritiche plasmacitoidi e il legame tra litifilimab e BDCA2 porta all’inibizione della produzione di interferone di tipo I, citochine e chemochine infiammatorie.

I 132 partecipanti sono stati assegnati in rapporto 1:1:1:1 a litifilimab 50 mg, 150 mg e 450 mg oppure a placebo e valutati per l’endpoint primario rappresentato dal cambiamento rispetto al basale a 16 settimane nel punteggio CLASI-A.

Le differenze rispetto al placebo nel cambiamento del punteggio CLASI-A dal basale alla settimana 16 suggeriscono la superiorità di litifilimab: -24,3 punti percentuali nel gruppo 50 mg, -33,4 nel gruppo 150 mg e -28,0 nel gruppo 450 mg.

Tra gli eventi avversi, sono stati segnalati tre casi di ipersensibilità, tre di infezione erpetica orale, uno di infezione da herpes zoster e, infine, uno di meningite da herpes zoster insorto a 4 mesi dopo l’ultima dose di litifilimab. “Dato il ruolo dell’interferone di tipo I nel controllare la risposta alle infezioni virali, si potrebbe pensare che i pazienti trattati con litifilimab possano essere a maggior rischio di infezione, ma poiché l’anticorpo influenza nello specifico la produzione di interferone nelle cellule dendritiche plasmacitoidi, è improbabile che la produzione della molecola nelle cellule che non esprimo BDCA2 sia influenzata direttamente dalla terapia” commentano i ricercatori.

"Nuovi studi aiuteranno a chiarire i dettagli di efficacia e sicurezza di litifilimab" concludono.