Tumore del polmone: un filo lega effetti collaterali ed esiti clinici


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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La comparsa di eventi avversi di tipo immunitario (EAi) potrebbe rappresentare un indicatore della risposta clinica alla terapia con l’anticorpo monoclonale anti-PD-1 nivolumab in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) e in assenza di chiari fattori predittivi della risposta.

Lo sostengono sulle pagine della rivista Lung Cancer i ricercatori guidati da Editta Baldini del dipartimento di Oncologia Medica dell’Ospedale San Luca di Lucca, primo nome di uno studio che ha coinvolto 1.959 pazienti inclusi nel programma italiano di accesso esteso al trattamento. “Gli eventi avversi di tipo immunitario in seguito a terapia di seconda linea con nivolumab, per quanto potenzialmente gravi e fatali, potrebbero essere indicatori di una attivazione del sistema immunitario e, di conseguenza, anche di efficacia della terapia” spiegano gli autori, ricordando che le percentuali di EAi in generale e di EAi gravi raggiungono il 31-65% e il 2-5%, rispettivamente.

Per esplorare la possibile associazione tra EAi ed esiti clinici in questi contesto, Baldini e colleghi hanno raccolto informazioni sulla comparsa di tali effetti collaterali per poi cercare eventuali correlazioni con parametri di efficacia. L’analisi ha dimostrato che tale correlazione in effetti è presente. Il 17,8% della popolazione dello studio ha infatti sviluppato EAi di qualsiasi grado e questi pazienti, rispetto a quelli senza EAi, hanno mostrato un più alto tasso di risposta (RR 27,2% vs 15,2%; p

“Anche all’analisi multivariata lo sviluppo di EAi è rimasto un indicatore indipendente dell’efficacia di nivolumab” precisano i ricercatori. In particolare, l’analisi ha messo in luce che in caso di EAi di grado basso, si raggiungono mPFS e mOS migliori, mentre se gli EAi sono di grado elevato potrebbero mettere a rischio di vita il paziente e quindi è importante intervenire in tempi rapidi per eliminarli. “I risultati dello studio mettono in luce che una gestione attenta dei pazienti che vanno incontro a EAi può massimizzare il beneficio clinico” concludono gli autori.