Tumore al seno: l’impatto psicologico degli inibitori dell’aromatasi


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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In base ai risultati di uno studio pubblicato sulla rivista PLOS One, dopo 6 mesi di trattamento con inibitori dell’aromatasi (AI) le donne in post-menopausa con tumore al seno mostrano una riduzione dei sintomi psicologici come ansia e depressione e un miglioramento della percezione della qualità della via legata alla salute. “Gli AI hanno aumentato enormemente la sopravvivenza dopo la diagnosi di tumore al seno e di conseguenza è aumentata anche l’attenzione alle conseguenze psicologiche a lungo termine di questo trattamento” spiegano gli autori guidati da Gabriella Martino e Antonino Catalano, del Dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Ospedale Universitario di Messina.

Per chiarire l’associazione tra la terapia endocrina con AI e gli esiti psicologici, i ricercatori hanno coinvolto nel loro studio 51 donne in post-menopausa con tumore mammario e 51 donne sane in post-menopausa, tutte reclutate presso l’Ospedale siciliano dove si erano recate per valutare l’osteoporosi. “Abbiamo chiesto alle partecipanti di completare i questionari che rappresentano il gold standard clinico per questo tipo di valutazioni: la Hamilton Anxiety Rating Scale, il Beck Depression Inventory II edizione e il 36-Item Short Form Health Survey” precisano Martino e colleghi, che hanno ripetuto i test al basale e dopo 6 mesi di trattamento con AI.

Dall’analisi è emerso chiaramente che lo stato psicologico e la percezione della qualità di vita al basale erano peggiori nelle donne con diagnosi di tumore al seno rispetto ai controlli. “Sappiamo che nel periodo del cosiddetto ‘rientro’ le donne sopravvissute al cancro al seno mostrano segni di distress legati a modifiche del proprio ruolo, del supporto interpersonale e ai persistenti effetti fisici e psicologici della diagnosi e dei trattamenti” chiariscono i ricercatori. Dopo 6 mesi però, si sono osservati miglioramenti significativi negli stati di ansia e depressione e anche nella percezione della qualità della vita nelle pazienti trattate con AI. “Non possiamo dire con certezza che questo sia merito del trattamento poiché gli stessi miglioramenti sono stati osservati anche nel gruppo controllo” dicono gli autori, ipotizzando un ruolo anche per l’attenzione rivolta dai medici anche a questi aspetti psicologici o i livelli basali di vitamina D. “Questi dati potrebbero essere utili per pianificare interventi psicologici in queste pazienti, mirati a ridurre le conseguenze legate a una condizione cronica e ai suoi trattamenti” concludono.