Tremila aggressioni a medici nel 2019, anche psicologi per frenarle


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Roma, 13 gen. (Adnkronos Salute) - L'escalation di aggressioni e violenze ai danni di medici e operatori sanitari registrate dall'inizio 2020 segnala "che non si è sicuri neppure nei luoghi in cui si va per avere una cura, gli ospedali. Mentre nel 2019 sono stati più di 1.000 i medici che hanno esposto denuncia per aggressioni fisiche e verbali, di cui l’80% si è verificato ai danni degli operatori dei pronto soccorso. Nel 56% dei casi ad avere la peggio sono state le donne, secondo i dati di Anaao Assomed. E se si considerano anche le aggressioni non denunciate, gli esperti sostengono che i casi salgono a 3.000 nello stesso anno". A fotografare il fenomeno è l'Enpap, l’Ente di previdenza ed assistenza per gli psicologi, che rilancia un ruolo per gli psicologi per aiutare a frenare un fenomeno in aumento.

"Ci sono tratti, come la percezione di aver subito un’ingiustizia, che accomunano tutti i casi di aggressioni verso le persone che lavorano a stretto contatto con gli altri. In qualunque ambito. Le ricerche in campo psicologico e il contributo degli strumenti a disposizione della Psicologia possono dare una mano importante a contrastare questi fenomeni", sottolinea il presidente Enpap, Felice Damiano Torricelli, a capo del Tavolo tecnico sulla sicurezza sul lavoro istituito presso l’Ente di previdenza ed assistenza per gli psicologi e composto da esperti del settore. L'allarme sicurezza sul lavoro non riguarda solo la sanità, "le cronache - ricorda l'Enpap - raccontano aggressioni al personale ferroviario, agli insegnanti (sia da parte degli studenti che dei genitori), e a chi si occupa di front office. Nessuno è escluso, nemmeno chi si occupa della nostra sicurezza come Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Pubblici Ufficiali".

Ma come mai tanta aggressività proprio negli ospedali? "Il fenomeno è generato da aspetti diversi e collegati, dalle condizioni di maggior disagio sociale alle difficoltà organizzative degli stessi servizi erogati e, non ultime, la percezione di impunità in caso di reato e la perdita di rappresentanza del ruolo sociale dei lavoratori. Se le prime risposte sono comprensibilmente di rinforzo dei controlli, ad esempio le telecamere sulle autoambulanze o il rafforzamento della vigilanza, per un’azione preventiva più ampia e duratura occorre certamente un approccio multidisciplinare, per la valutazione e gestione di questi i fattori di rischio psicosociale, che necessariamente deve utilizzare anche le competenze professionali degli psicologi", evidenzia Franco Amore, psicologo del lavoro della Direzione sanità di Rete ferroviaria italiana, che ha portato il suo contributo al Tavolo tecnico Enpap sulla sicurezza sul lavoro.

Le telecamere, seppure utilissime, quindi, da sole non bastano secondo gli psicologi. "Non possono controllare tutte le dinamiche e soprattutto non possono aiutare ad arginare un fenomeno che nasce anche dall’allentarsi delle pressioni morali interne delle singole persone". "Questo ha certamente un costo per i lavoratori oggetto di violenza e per tutta la collettività in termini di degrado del servizio ma non ultimo coinvolge gli stessi datori di lavoro per la riorganizzazione delle attività e per possibili conseguenze, se appurata la presenza di insufficiente prevenzione per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro", continua Amore.

Antonia Ballottin, psicologa del lavoro e tra gli esperti che hanno contribuito al Tavolo tecnico Enpap, collabora a un progetto nella Regione Veneto sulla prevenzione alle aggressioni negli ospedali del territorio: "In Veneto abbiamo cominciato a identificare il problema delle aggressioni verbali e fisiche al personale sanitario, per analizzarle in modo critico e costruttivo. Per capire il fenomeno, infatti, bisogna lavorare sulle cause che lo originano - avverte Ballottin - La causa scatenante è sì la percezione degli utenti di subire un’ingiustizia, ma lo è a maggior ragione se ad avere bisogno di cure è un familiare o un minore. Quando le persone non capiscono perché devono aspettare, perché il proprio problema non viene gestito subito, perché non ricevono informazioni in merito alla situazione o, ancora, perché si adotta un comportamento diverso per gli altri - percepito come un privilegio - si nota un innesto più facile nei casi di aggressività e di aggressione. Il problema è trasversale, e in ospedale riguarda tutti i reparti, dai pronto soccorso ai Centri per le dipendenze".

In concreto, che cosa si può fare per contrastare questi fenomeni? "Il primo supporto che si può dare a queste realtà è aiutare le organizzazioni nella strutturazione del lavoro - risponde ancora Ballottin - Occorre analizzare come sono gestite le file, come viene comunicato o non comunicato il servizio, quali procedure vengono messe in atto, tutti fattori da cui possono innescarsi aggressioni, se mal gestiti. Bisogna andare al nodo del problema e scioglierlo, per far sì che tutto sia più funzionale per tutti. Certo, è utile anche la formazione agli operatori, perché siano sempre più in grado di riconoscere i segnali che anticipano una potenziale aggressione, e metterli nelle condizioni di contenerla nel miglior modo possibile. Inoltre - prosegue - bisogna lavorare sull’accoglienza dell’ambiente in cui si trova chi ha bisogna di cure, verificando se è ragionevolmente sicuro e confortevole, avere personale che rassicuri e che informi sullo stato della situazione del reparto e del singolo caso. Bisogna lavorare anche sull’atteggiamento di fiducia o di sfiducia delle persone verso gli operatori sanitari".

Infine - secondo gli psicologi - è necessario anche occuparsi di chi ha subito un’aggressione, verbale o fisica. Perché "lasciare inascoltate le difficoltà di chi ha dovuto fronteggiare un’aggressione sul lavoro incide anche sulle performance sue e dell’intero servizio cui afferisce, a causa del continuo stato d’allerta e di tensione in cui si è costretti a vivere sul luogo di lavoro".

"L’ambiente e la struttura organizzativa del lavoro, ancora una volta, sono fondamentali. Si viene distratti e stressati dal tono di voce alto, dalla numerosità delle richieste degli utenti in attesa, da richieste urgenti ed emotive a cui dare risposte - risponde Ballottin - che a volte sono necessariamente inefficienti a causa dei limiti organizzativi del lavoro, per la riduzione del personale e la carenza di risorse. Il rischio di subire un’aggressione aumenta se c’è la percezione, da parte dell’utente, che possa incorrere in una omissione di pubblico servizio o in un errore sanitario. Interrompere le aggressioni - conclude - la psicologa del lavoro - vuole dire anche permettere agli operatori sanitari di lavorare in condizioni più efficaci".