Trapianto di fegato e cancro, scoperti possibili biomarcatori di rischio

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Elena Riboldi (Agenzia Zoe)

 

Il profilo di attivazione e senescenza dei linfociti circolanti aiuta a predire quali dei soggetti sottoposti a trapianto di fegato hanno un rischio più elevato di sviluppare una neoplasia. A dirlo è uno studio prospettico condotto dall’Università di Padova e dall’Istituto Oncologico Veneto. Se confermato, un esame di semplice esecuzione permetterebbe di stratificare i pazienti per il rischio di cancro post-trapianto e selezionare chi monitorare più attentamente.

Il cancro è uno dei più importanti eventi negativi che possono interessare chi viene sottoposto a trapianto di fegato e una delle principali cause di decesso in questa popolazione. Il rischio di sviluppare un cancro post-trapianto è legato all’uso di trattamenti immunosoppressivi, che vanno assunti per tutta la vita al fine di evitare il rigetto dell’organo.

Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Oncology, hanno arruolato 116 pazienti sottoposti a trapianto di fegato, per carcinoma epatocellulare (n=45) o per altri motivi (n=71). A parte che per l’età, più alta per i pazienti con HCC (mediana età: 60 anni contro 53 anni), i due gruppi si equivalevano per rapporto maschi:femmine, prevalenza dell’infezione da HCV e HBV e terapia immunosoppressiva. I ricercatori hanno quindi analizzato l’immunofenotipo dei linfociti su campioni di PBMC (cellule mononucleate da sangue periferico) isolati alla baseline e valutato se ci fosse un’associazione tra immunofenotipo e insorgenza di cancro post-trapianto.

Nel periodo di follow-up (mediana 26,8 mesi), l’8,9% dei pazienti sottoposti a trapianto per HCC e il 2,8% degli altri pazienti aveva sviluppato un cancro post-trapianto. I soggetti che avevano livelli più elevati di linfociti T e B attivati e andati incontro a “exhaustion” (esaurimento funzionale) avevano un rischio più alto di cancro post-trapianto. Tra i pazienti sottoposti a trapianto per HCC, il rischio risultava più elevato anche per chi aveva una percentuale più alta di linfociti senescenti. Gli autori dello studio hanno inoltre osservato che chi aveva sviluppato un cancro mostrava maggiore erosione dei telomeri.

I marcatori di attivazione e di senescenza sembrano quindi avere un utile valore predittivo, anche se, data la limitata numerosità del campione e degli eventi, questo dato dovrà essere validato da studi più ampi. Alla baseline il numero di cellule attivate e senescenti era significativamente più alto nei pazienti sottoposti a trapianto per HCC. “I pazienti con HCC al momento del trapianto avevano uno stato di attivazione dell’immunità, probabilmente derivante dal tumore primario, che non era risolto dal trapianto di fegato e che persisteva a lungo, portando a un accumulo di cellule immunosenescenti e a una progressiva erosione dei telomeri – commentano gli autori – Queste anomalie potrebbero contribuire a una maggiore e più veloce promozione della cancerogenesi con conseguente insorgenza precoce di cancro post-trapianto rispetto ai pazienti trapiantati per altre cause”.