Trapianti, passi avanti verso 'addio' a farmaci anti-rigetto


  • Adnkronos Salute
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Roma, 2 ago. (AdnKronos Salute) - Per decenni, i medici hanno cercato di 'addestrare' il sistema immunitario di chi riceve un trapianto ad accettare cellule e organi del donatore senza l'uso a lungo termine di farmaci anti-rigetto. Una nuova ricerca americana mostra che tutto questo è ora possibile, sfruttando i globuli bianchi del donatore, che vengono infusi nel ricevente: su 'Nature Communications' i ricercatori del dipartimento di Chirurgia della University of Minnesota Medical School e dell'Istituto Schulze Diabetes, in collaborazione con i colleghi della Northwestern University, spiegano di essere riusciti a mantenere la sopravvivenza e la funzionalità a lungo termine di isole pancreatiche trapiantante nonostante la completa interruzione di tutte le terapia anti-rigetto, fino a 21 giorni dopo l'intervento.

Questo studio è stato condotto in un rigoroso contesto preclinico, dunque su primati, e dovrà ora essere replicato sull'uomo. Chi ha bisogno di un trapianto deve assumere farmaci a lungo termine, che sopprimano il sistema immunitario e gli impediscano di 'aggredire' quello che viene considerato un organo o un tessuto estraneo. Questi farmaci, detti immunosoppressori, sono efficaci nel prevenire il rigetto a breve termine; tuttavia, poiché mettono a tacere in modo non specifico tutto il sistema immunitario, espongono al rischio di gravi infezioni e persino di cancro. Inoltre, gli effetti collaterali non immunologici dell'immunosoppressione, come ipertensione, tossicità renale, diarrea e diabete, riducono i benefici del trapianto. Infine, questi medicinali sono molto meno efficaci nel prevenire il rigetto del trapianto nel lungo periodo, portando a volte al fallimento della procedura.

Poiché sempre più pazienti trapiantati affrontano questa impasse, che influenza negativamente la loro possibilità di sopravvivenza, generazioni di immunologi hanno cercato di ottenere quella che viene chiamata 'tolleranza immunitaria', l'obiettivo primario nel campo della ricerca nei trapianti. Indurre la tolleranza ai trapianti eliminerebbe la necessità di immunosoppressione cronica e migliorerebbe la sopravvivenza dei pazienti. La prova che la tolleranza immunitaria può essere raggiunta era emersa per la prima volta nei topi, in uno studio condotto da Peter Medawar, vincitore del premio Nobel più di 65 anni fa. Tuttavia, nonostante la sua immensa importanza, la tolleranza ai trapianti è stata raggiunta solo in pochissimi pazienti.

Questo nuovo studio sfrutta le capacità dei globuli bianchi modificati dei donatori, che sono stati infusi nei destinatari del trapianto una settimana prima e un giorno dopo l'intervento: senza la necessità di farmaci, i trapianti di cellule insulari potrebbero diventare l'opzione terapeutica di scelta, e forse una cura, per molte persone con diabete di tipo 1.

"Il nostro studio è il primo che induce in modo affidabile e sicuro una tolleranza immunitaria duratura dei trapianti, nei primati non umani", afferma l'autore senior Bernhard Hering. "La coerenza con la quale siamo stati in grado di indurre e mantenere la tolleranza ai trapianti ci rende molto fiduciosi che le nostre scoperte possano essere confermate a beneficio dei pazienti in studi clinici pianificati su isole pancreatiche e trapianto di rene da donatore vivente: si aprirà un'era completamente nuova nella medicina dei trapianti ".