Transizione di genere nell’infanzia, sono pochi quelli che si pentono

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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A cinque anni distanza, circa il 7 per cento dei giovani che hanno scelto di cambiare genere in età infantile ritorna a identificarsi con il genere biologico di provenienza. Il cambiamento di genere preso in considerazione da questa statistica non implica necessariamente il ricorso a cure ormonali o chirurgia (anche per via della giovane età dei partecipanti) ma si riferisce alla cosiddetta transizione sociale, ovvero al cambiamento di pronomi, nome, acconciatura e abbigliamento. Lo afferma uno studio,basato su un campione di 317 individui, pubblicato sulla rivista Pediatrics e firmato da Kristina R. Olson dell’Università di Princeton, negli Stati Uniti.

«Un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi sta effettuando la transizione sociale per vivere in linea con la propria identità di genere» spiega Olson.

Il tema è caldo, e suscita reazioni diverse a seconda dei contesti culturali e sociali. È indubbio che il fenomeno della riassegnazione di genere sia in crescita, in particolare, secondo i pochi dati disponibili, dal 2014, con un aumento che riguarda soprattutto la transizione «female versus male» (FVM) ovvero dal sesso biologico femminile assegnato alla nascita a quello maschile.

Con l’aumento della casistica, cresce anche il numero di soggetti «pentiti» che, dopo qualche anno, decide di tornare a identificarsi con il sesso biologico oppure di non riconoscersi in alcun genere, definendosi come individuo non binario.

Quantificare la crescita dei casi e la prevalenza di «ritransizione» è un elemento essenziale per aiutare i più giovani in una scelta delicata e per valutare il momento più adatto a passare da una riattribuzione di genere di tipo solo sociale a una di tipo biologico (con ormoni e/o chirurgia), un passo dal quale può essere più complesso tornare indietro.

L'ipotesi che le transizioni sociali della prima infanzia si traducano in alti tassi di ritransizione continua infatti a essere argomento di dibattito, e i dati a lungo termine sui tassi di ritransizione sono limitati.

 

La situazione italiana

«In Italia, gli unici dati attualmente disponibili derivano da uno studio epidemiologico pubblicato nel 2011 che includeva una popolazione di transessuali adulti sottoposti a trattamento chirurgico nel periodo tra il 1992 e il 2008» spiega Paola Matarrese del Centro per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità di Roma in uno studio del 2019. «In quello studio, la prevalenza complessiva è stata stimata a 0,9 per 100.000 abitanti, ovvero 1,5 per 100.000 abitanti per le donne transessuali e 0,4 per 100.000 abitanti per gli uomini transessuali. I numeri ricavati da questo, come da altri studi internazionali, rappresentano però una stima approssimativa dei dati a causa dell'assenza di uno strumento di valutazione standard per la popolazione transgender. Si può comunque affermare che sia in Italia che all'estero il numero di persone transgender è in costante aumento, come testimonia l'aumento delle associazioni e dei professionisti delle aree mediche (endocrinologi, chirurghi, psichiatri, psicologi ecc.) che si occupano di salute transgender. In ogni caso, i dati esistenti, anche se sottostimano quelli reali, devono essere considerati un punto di partenza e il Servizio sanitario nazionale beneficerebbe di studi che permettano di definire la dimensione reale di questa popolazione per una corretta pianificazione sanitaria».

Per queste ragioni, nel 2020 è stato lanciato lo studio SPoT, promosso dall’Università di Firenze e dall’Ospedale Careggi (dove è attivo uno dei centri più noti a livello nazionale per la pèresa in carico dei minori transgender diretto da Alessandra Fisher), in collaborazione con l’ISS. Lo studio sta ancora raccogliendo i dati.

 

Lo studio statunitense

Per valutare il tasso di ritransizione nei bambini in transizione precoce, i ricercatori hanno identificato 317 bambini transgender con transizione sociale binaria che hanno partecipato a uno studio longitudinale noto come Trans Youth Project (TYP) tra luglio 2013 e dicembre 2017. L'età media al basale era di 8 anni.

Per entrare nello studio, i partecipanti dovevano aver fatto una transizione sociale binaria completa, compreso il cambiamento dei pronomi. Durante un periodo di follow-up di 5 anni, è stato valutato il ricorso all'uso di bloccanti della pubertà e/o di ormoni sessuali. All'inizio dello studio, 37 bambini avevano già iniziato qualche tipo di bloccante della pubertà. 124 bambini hanno iniziato la transizione sociale prima dei 6 anni di età, e 193 hanno iniziato la transizione sociale a 6 anni o più.

Lo studio non ha considerato se i partecipanti rispondevano ai criteri del DSM-5 per la disforia di genere nell'infanzia. «Sulla base dei dati raccolti alla visita iniziale, sappiamo che questi bambini hanno mostrato segni di identificazione di genere e preferenze di genere divergenti dal sesso loro assegnato alla nascita» scrivono nel paper.

 

Classificati in base ai pronomi

Al termine dei cinque anni di follow-up, i partecipanti sono stati classificati come transgender binari, nonbinari o cisgender in base ai pronomi usati. I pronomi binari transgender sono associati all'altro sesso (da lui a lei o viceversa), i pronomi non binari sono in inglese they/their o un uso indifferente dei due pronomi binari di genere (in italiano non è ancora stato stabilito un uso prevalente, e in genere si fa ricorso all’asterisco finale o allo schwa), mentre i pronomi cisgender sono quelli associati al sesso assegnato alla nascita.

Nel complesso, il 7,3% dei partecipanti aveva effettuato una ritransizione almeno una volta entro i 5 anni dalla transizione sociale binaria iniziale. La maggior parte (94%) viveva come giovane transgender binario, compreso l'1,3% che è passato a cisgender o nonbinario e poi di nuovo a transgender binario durante il periodo di follow-up. Il 2,5% viveva come giovane cisgender e il 3,5% viveva come giovane nonbinario. Questi tassi sono simili tra la popolazione iniziale, così come tra i 291 partecipanti che continuano a essere in contatto con i ricercatori, tra i 200 che hanno superato i 5 anni dalla prima transizione sociale, e i 280 che hanno iniziato lo studio prima di assumere i bloccanti della pubertà.

I ricercatori non hanno rilevato differenze nei tassi di ritransizione legati al sesso attribuito alla nascita. I tassi di ritransizione sono leggermente più alti tra i partecipanti che hanno fatto la loro transizione sociale iniziale prima dei 6 anni di età, ma si tratta comunque di differenze minimali.

I limiti dello studio sono molti, tra i quali l'uso di volontari, con il rischio potenziale che si corre nel generalizzarne gli esiti a tutta la comunità. Altri limiti sono legati all'uso dei pronomi come criterio principale per valutare la ritransizione, e il fatto che un cambiamento da transgender binario a non binario è considerato equivalente a una transizione, dal momento che molte persone non binarie si considerano soggettivamente transgender.

«Se avessimo usato un criterio più rigoroso di ritransizione, più simile all'uso comune di termini come "detransizione" o "desistenza", riferendoci solo ai giovani che vivono come cisgender, allora il nostro tasso di ritransizione sarebbe stato inferiore e pari al 2,5%» spiegano i ricercatori. Un altro limite dello studio è costituito dal numero sproporzionato di ragazze trans. Tuttavia, poiché nessun effetto di genere significativo è apparso in termini di tassi di ritransizione, «non prevediamo alcun cambiamento nei risultati a fronte di un diverso rapporto di partecipanti per sesso alla nascita» affermano gli autori.

I ricercatori hanno dichiarato che intendono seguire la coorte lungo tutta l'adolescenza e l'età adulta.

 

L'importanza di studiare ancora

«Poiché sempre più giovani rendono esplicita la propria condizione e sono supportati nelle loro transizioni fin dall'inizio dello sviluppo, è sempre più critico che i medici capiscano le esperienze di questi gruppi e non facciano ipotesi in funzione di dati vecchi, raccolti su generazioni di giovani che hanno vissuto in circostanze diverse» sottolineano i ricercatori. «Anche se non possiamo mai prevedere l'esatta traiettoria di genere di un bambino, questi dati suggeriscono che molti giovani che si identificano presto come transgender, e sono sostenuti attraverso una transizione sociale, continueranno a identificarsi come transgender 5 anni dopo la transizione sociale iniziale». Questo, secondo i ricercatori statunitensi, conferma la necessità di ulteriori ricerche per determinare il modo migliore per sostenere le transizioni di genere iniziali e le eventuali ritransizioni nei più giovani.

«Questo studio è importante per aiutare a fornire più dati riguardanti le esperienze dei giovani con diversità di genere» ha detto in un'intervista a Medscape M. Brett Cooper, del UT Southwestern Medical Center di Dallas. «I risultati di uno studio come questo possono essere utilizzati dai medici per fornire consigli e indicazioni ai genitori e alle famiglie mentre supportano i loro figli attraverso il loro cambiamento di genere» ha detto Cooper. Lo studio «fornisce anche prove a sostegno del fatto che i giovani che persistono nelle proprie scelte sociali di genere hanno un tasso estremamente basso di ritrasizione al genere assegnato alla nascita. Questo confuta certe affermazioni politiche secondo le quali coloro che cercano cure mediche hanno un alto tasso di rimpianto o di ritrasizione» ha sottolineato Cooper.

Si tratta di uno studio che non suggerisce alcun cambiamento nella pratica clinica, ha detto Cooper. «Le linee guida già suggeriscono di sostenere questi giovani nella loro transizione e che, per alcuni giovani, questo può significare ritransizione al sesso assegnato alla nascita».

 

Questo articolo è in parte basato sull'articolo firmato da Heide Splete e pubblicato su Medscape.com