Sondaggio Cimo, '70% dei medici toscani pronto a lasciare ospedali'

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Firenze, 21 giu. (Adnkronos Saute) - Solo il 30% dei medici ospedalieri toscani, potendo scegliere, continuerebbe a lavorare in un ospedale pubblico. Il 28% fuggirebbe all’estero, il 21% sogna la pensione, l’11% preferirebbe lavorare in una struttura privata ed il 10% sta ponderando la possibilità di dedicarsi alla libera professione. Addirittura il 24% appenderebbe il camice al chiodo e sceglierebbe un’altra professione. È quanto emerge dal sondaggio condotto dal sindacato di categoria Federazione Cimo-Fesmed, a cui hanno aderito 236 medici di tutta la Toscana.

«Sono numeri drammatici, ma che non ci stupiscono – commenta il neo-eletto presidente regionale della Federazione Lorenzo Preziuso -. Negli ultimi mesi hanno presentato le dimissioni decine di colleghi, stanchi di un lavoro estenuante che li espone ad aggressioni e contenziosi, che rende impossibile andare in ferie e usufruire dei congedi. I medici sono, sin da prima della pandemia, troppo pochi, costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori, talvolta senza nemmeno rispettare la normativa sul riposo. Pronto soccorso e reparti sono ormai gironi infernali, da cui si esce solo dimettendosi o cambiando lavoro. Ma più colleghi se ne vanno, peggiore è la situazione per chi rimane a lavorare, incentivando da una parte dimissioni di massa e rendendo dall’altra ancora più complicato convincere i giovani ad entrare nel Servizio sanitario pubblico: non stupiamoci se molti concorsi vanno deserti o se i medici scelgono di lavorare negli ospedali dove le condizioni di lavoro sono meno gravose».

«La situazione peggiore è nei Pronto soccorso e nel 118, dove gli organici sono dimezzati e non si riesce a coprire i turni – prosegue Preziuso -. Decine di postazioni medicalizzate di 118, a causa della carenza di medici, sono state sostituite da ambulanze infermieristiche senza tenere in considerazione le necessità assistenziali del territorio dove, come se non bastasse, sono state chiuse anche diverse postazioni di guardia medica. Ancora una volta si adatta il livello dell’assistenza alla disponibilità delle risorse e non il contrario, come sarebbe logico».

«A tutto questo – aggiunge il presidente regionale Cimo-Fesmed - si continuano a proporre “soluzioni tappabuchi”, che non consentono di risolvere in modo organico il problema: si è arrivati ad imporre ad altri specialisti di lavorare in pronto soccorso senza una formazione adeguata, distogliendoli dall’attività nei loro reparti; ci viene chiesto di effettuare servizi e pronte disponibilità su presidi diversi, spesso distanti decine di chilometri; per affrontare la carenza di personale si accorpano le strutture di più ospedali; per abbattere le liste d’attesa la Regione ci impone attività aggiuntive, senza rendersi conto che siamo già stremati per assicurare l’ordinario e non ci sono margini per fare di più. Tutto questo non fa che abbassare la qualità e la sicurezza dell’assistenza, e il risultato sarà purtroppo quello di favorire ulteriormente la fuga dei medici».

«Da anni le organizzazioni sindacali presentano proposte per incentivare le assunzioni, per migliorare la remunerazione e il lavoro negli ospedali e nei servizi più disagiati, per dare ai professionisti prospettive di carriera e accesso alla mobilità. Ma nonostante la drammaticità della situazione si continua a centellinare le risorse, dimenticando le centinaia di milioni di euro risparmiati sugli stipendi, a causa della carenza di personale. È tempo che a tutti i livelli decisionali si prendano i provvedimenti necessari ad evitare la chiusura di reparti o interi ospedali, prima che sia troppo tardi», conclude Preziuso.