Si dice in Villa - Sanità: la crisi è globale

  • Roberta Villa
  • Uniflash
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Ne abbiamo parlato spesso, qui, ma è difficile rivolgersi a un pubblico di medici senza tornare sull’”elefante nella stanza”, la situazione di estrema difficoltà del Servizio sanitario nazionale con cui ciascuno di loro deve confrontarsi ogni giorno. Né consola che la crisi coinvolga in maniera trasversale anche altri paesi ricchi che hanno puntato su sistemi di sanità pubblica, dall’Italia al Regno unito al Canada, ma non risparmia quelli che hanno scelto approcci completamente diversi o misti, a partire dagli Stati Uniti, per arrivare a Spagna, Australia e Nuova Zelanda.

La bufera della pandemia si è abbattuta su sistemi già fragili, che già arrancavano per cercare di tenere il passo con l’aumento della richiesta di prestazioni dovuta all’invecchiamento della popolazione, all’introduzione di strumenti diagnostici e terapeutici dai costi sempre più proibitivi, al consumismo sanitario spinto dal settore privato, senza avere la possibilità dall’altro lato di aumentare in maniera corrispondente gli investimenti, anzi, spesso dovendo introdurre tagli, che si ripercuotono anche sulle risorse umane, il loro orario di lavoro e le loro retribuzioni.

Per questo il 13 novembre 2022 le strade di Madrid si sono riempite di quella che è stata ribattezzata una “marea bianca”. Qualcuno dice 20.000, altri stimano addirittura 200.000 persone sono scese in piazza accanto agli operatori sanitari che, col colore dei loro camici, connotavano la manifestazione. Obiettivo della protesta era infatti difendere la sanità pubblica contro un sistema che da anni sposta gli investimenti verso i privati sacrificando la medicina di famiglia, territoriale e ospedaliera.

Non meno grave è la situazione del National Health Service (NHS) nel Regno Unito, dove si registra una drammatica carenza di personale: le ultime stime parlano di oltre centomila posti vacanti, in netta crescita rispetto ai 76.000 del 2021, che comunque già non erano pochi. Un rapporto del NHS stesso calcola che per l’inizio della prossima decade potrebbero essere necessari nel paese 475.000 operatori sanitari e sollecita il governo a facilitare l’ingresso di professionisti e studenti dall’estero. Il guaio è che è difficile anche importarli, perché la crisi è globale. Secondo una indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità nella regione europea, praticamente ovunque si sono registrate interruzioni dei servizi, allungamento delle liste di attesa, difficoltà nei pronto soccorsi. Una situazione critica che si registra anche oltre oceano, soprattutto in Canada, dove secondo l’associazione nazionale dei medici il sistema sarebbe vicino al collasso.

Le cose, come ben si sa, non vanno certo meglio nel nostro Paese, dove ci si deve anche confrontare con una delle classi mediche più anziane del mondo. Se anche in Italia i medici scendessero in piazza potrebbero creare una “marea bianca” anche senza camici, solo per il colore dei loro capelli. Più della metà, il 56%, ha già compiuto 55 anni, mentre nel Regno unito tra i medici in attività gli over 55 sono solo  il 14%: si potrà contare su una maggiore esperienza, ma in medicina conta anche l’aggiornamento, la forza fisica e psicologica, l’entusiasmo, per non parlare del panorama che ci troviamo davanti in futuro. Sebbene infatti il numero di medici per abitanti in Italia non sia inferiore a quello della media OCSE, i tanti pensionamenti previsti nei prossimi mesi peggioreranno una situazione già critica per finanziamenti insufficienti o inappropriati, ostacoli burocratici, sprechi e inefficienze.

Lo stress della pandemia ha spinto molti professionisti anche lontani dall’età del pensionamento a lasciare il loro posto, per cui soprattutto la medicina generale e quella d’urgenza, ma anche i reparti di rianimazione, fanno sempre più fatica a rispondere alle richieste dei pazienti, e anche per gli esami e le visite specialistiche le liste di attesa si allungano sempre più. Il ricorso alle cooperative che forniscono medici a gettone, con costi molto superiori e risultati potenzialmente inferiori a quelli di uno staff fisso – un fenomeno di cui si parla molto in questi giorni – non può essere certamente la soluzione a un problema strutturale che si fa sempre più grave col passare dei mesi.

La crisi attuale infatti alimenta un circolo vizioso sia sulla domanda che sull’offerta. Da un lato la mancanza o il ritardo nelle visite e negli esami comporta un calo delle diagnosi precoci e quindi un’ulteriore accelerazione nell’aumento dei bisogni. Grazie alla vaccinazione di gran parte della popolazione, le ultime ondate covid-19 del 2022 non hanno messo in crisi il sistema quanto le prime, ma ormai è assodato che le infezioni da SARS-CoV-2, tanto più se ripetute, come inevitabilmente saranno col cadere delle ultime cautele, aumentano il rischio di altre condizioni patologiche e in una significativa percentuale di casi lasciano esiti cronici, che richiederanno ulteriori sforzi da parte del sistema sanitario. Sul fronte delle risposte a queste crescenti necessità troviamo personale sempre più scarso, stanco e demotivato, costretto a turni massacranti che a loro volta favoriranno abbandoni e burn out. La formazione di medici e infermieri richiede tempo, non si improvvisa. E ricorrere all’estero per questi lavoratori crea grosse difficoltà di lingua e cultura, come dimostra il fatto che i medici cubani reclutati ad agosto per sopperire all’emergenza della sanità calabra non risulta siano ancora entrati in servizio.

Non c’è via di uscita, quindi? Io vedo una possibile soluzione solo in un severo ridimensionamento delle prestazioni inutili o superflue e in una radicale riorganizzazione del sistema che ottimizzi i processi e sollevi il personale sanitario dalle attività di natura burocratica da delegare agli amministrativi (magari snellendolo un po’), redistribuisca le funzioni tra medici e infermieri come già accade all’estero, e tra infermieri, operatori socio sanitari (OSS) e ausiliari socio assistenziali (Asa), perché le competenze di ognuno siano sfruttate, ma anche valorizzate al massimo. Una valorizzazione che non passa solo attraverso le mansioni, ma anche le retribuzioni e il riconoscimento sociale.