Si dice in Villa - Non c’è il due senza il tre. “Ma il quarto fallo te”

  • Roberta Villa
  • Uniflash
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Purtroppo, finora, in Italia, nemmeno un terzo delle persone appartenenti alle categorie a cui si raccomanda con maggior forza di sottoporsi a un secondo richiamo contro covid-19 ha accettato l’invito. Alla quasi unanime, per certi versi sorprendente, risposta della campagna vaccinale iniziale, che ha permesso al nostro Paese di raggiungere una copertura, anche con la terza dose, tra le migliori al mondo, è seguita una fase di indifferenza, se non di rifiuto, della vaccinazione.

Ciò da un lato conferma che le decisioni in questo campo spesso non sono definitive. Abbiamo visto, già prima della pandemia, genitori che si erano opposti alle iniezioni per il primo figlio tornare sui propri passi dopo la nascita del secondo oppure, forse più spesso, la situazione opposta. Dovevamo quindi immaginare che potesse non essere definitiva l’adesione di una popolazione che solo pochi mesi aveva accettato più o meno volentieri una vaccinazione nuova, per un virus sconosciuto, con un prodotto realizzato con una tecnica del tutto innovativa che di per sé poteva suscitare timore, dato il richiamo a materiale genetico sconosciuto alla maggior parte dei cittadini.

Per chi si occupa di comunicazione sui vaccini, alla preoccupazione per l’immunità che cala in una popolazione a rischio esposta a un’alta circolazione del virus, si affianca quindi oggi l’interesse per un fenomeno comportamentale che potrebbe sembrare strano. Perché mai chi si è fidato delle istituzioni e della scienza nel 2021 dovrebbe oggi rifiutare il proprio consenso a un invito che proviene da quelle stesse fonti?

Il dato conferma quindi che l’esitazione vaccinale - termine corretto di cui i movimenti antivaccinisti rappresentano solo una coda del tutto minoritaria - è un fenomeno complesso, in cui interagiscono molti determinanti che possono variare nel tempo.

Guardando alle cosiddette tre C dell’esitazione vaccinale (convenience, confidence, complacency), osserviamo come nei due anni di disponibilità dei vaccini anti covid il peso relativo di questi tre fattori sia andato cambiando. Nella primissima fase c’è stato in molte regioni un problema di “convenience”: accedere ai vaccini era difficile. Molti anziani trovavano ostica la prenotazione sulle piattaforme elettroniche. In Lombardia, per una serie di disguidi, molti erano mandati a centri lontani da casa, con pochissimo preavviso. Questi ostacoli iniziali per fortuna sono caduti presto, e la campagna vaccinale è partita in maniera spedita ed efficiente, portando il nostro paese in cima alle classifiche globali per percentuale di popolazione vaccinata, adolescenti compresi. La paura nei confronti del virus era grande, soprattutto nelle categorie a rischio; la voglia di tornare a vivere senza limitazioni era ancora più forte. La promessa, ripetuta da istituzioni e scienziati, che con i vaccini saremmo tornati “alla normalità di prima”, ha convinto anche molti reticenti.

Poi però è arrivata omicron, con tutte le sue sottovarianti, sempre più abili a eludere la barriera fornita dagli anticorpi indotti con la vaccinazione. Le altre componenti del sistema immunitario riescono comunque a fare fronte all’avanzamento del virus verso forme gravi di malattia, ma anche questa seconda linea si indebolisce con il passare dei mesi dall’ultima stimolazione del sistema immunitario, sia questa con il vaccino o con il virus stesso.

L’iniezione ha quindi perso quell’aura un po’ magica che una comunicazione troppo miracolistica le aveva dato. Resta fondamentale, e tanto, per proteggere i fragili. Anzi, proprio per il fatto che le difese tendono a calare nel tempo è importante rinnovarle, ma la fiducia, la “confidence”, in chi con troppa sicurezza aveva promesso un altro risultato ormai vacilla. La confusa comunicazione riguardanti i nuovi richiami con vaccino mono o bivalente, con l’aggiunta della componente BA.1 o BA.4/5, ha fatto il resto.

Nel frattempo si fa strada anche la terza “C” che tiene lontani dalle nuove dosi: la “complacency”, cioè la sottovalutazione del pericolo rappresentato dal virus, da molti mesi dipinto come “mild”. La comunicazione è sempre più orientata a sottolineare quanto la pandemia sia dietro alle spalle, di come covid “sia cambiata”, parla di un virus “messo all’angolo”, di quanto i reparti di terapia intensiva non siano sovraccarichi come due anni fa. Ma oggi conosciamo di settimana in settimana sempre meglio anche i pericoli a medio e lungo termine legati all’infezione, e vediamo quanto nemmeno la malattia, come l’infezione, conferisca una protezione perenne. Tra le due, quindi, meglio una vaccinazione che, vale la pena ripeterlo, è stata somministrata ormai in miliardi di dosi, con effetti indesiderati non comparabili a quelli di un’infezione con un virus subdolo e ancora in parte poco noto, ripetuta più volte l’anno.