Si dice in Villa - Tutti a scuola, ma come?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

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Tra tante opinioni divergenti riguardo alla pandemia, su un punto sembrano tutti d’accordo: i nostri ragazzi devono tornare in classe. La didattica a distanza ha funzionato meglio o peggio nelle diverse scuole o sui singoli ragazzi, ma nell’insieme ha creato enormi difficoltà a studenti e docenti, per non parlare delle famiglie, soprattutto quelle con bambini più piccoli. I dati delle prove INVALSI, pur con qualche forzatura nella interpretazione da parte dei giornali, sembrano certificare anche un ulteriore peggioramento rispetto al 2019 in domini come quello della scrittura, dove i giovani italiani già non eccellevano a livello mondiale nemmeno prima della pandemia. L’allarme per un aggravamento della situazione viene anche dai neuropsichiatri infantili, che da anni denunciavano un’emergenza di salute mentale tra gli adolescenti peggiorata dalla carenza di personale e di strutture per assisterli, ma che oggi si trovano subissati di richieste.

L’American Academy of Pediatrics (AAP), quindi, aggiornando le sue raccomandazioni per il prossimo anno scolastico, ha invitato le scuole a prepararsi ad affrontare meglio questo disagio psicologico, ma dall’altro ha insistito sulla necessità di tornare in presenza, in classe, insieme. Per raggiungere questo obiettivo i pediatri americani vanno anche oltre i Centers for Disease Prevention and Control di Atlanta (CDC), che premono perché le scuole si dotino di ventilazione, pulizia, disinfezione adeguate, ma anche di test per gli alunni e disponibilità a metterli in quarantena quando occorre. Secondo l’AAP, per garantire la frequenza dei ragazzi, occorre adottare una strategia a diversi livelli: igiene delle mani per tutti, vaccinazione per le fasce di età in cui è autorizzata (per poi estenderla anche ai più piccoli, non appena, finiti i trial, sarà autorizzata) e mascherine in classe, per vaccinati e non vaccinati, addirittura dai 2 anni.

In Italia, dove si va in tribunale a sostenere che questo strumento sarebbe pericoloso, è difficile pensare che si possa applicare un provvedimento così radicale, anche per i bambini dei servizi e della scuola per l’infanzia. D’altra parte, non si possono riaprire le scuole come se nulla fosse, soprattutto alla luce della maggiore contagiosità anche tra i bambini della variante Delta, diversamente da quel che accadeva con la D614G circolante nei primi tempi in Italia.  Tutti a scuola. L’obiettivo è chiaro. Meno chiari però sono gli strumenti per conseguirlo. C’è ancora una parte del Paese, e della comunità medica e scientifica, che ha fatto proprio lo slogan: “La scuola è sicura”. Tutt’al più i rischi si corrono sui mezzi pubblici per raggiungerla. Ma se anche fosse così, sarebbe bello sapere che ci sono stati enormi investimenti sul fronte del servizio locale e dei trasporti scolastici.

Il guaio è che lo slogan “la scuola è sicura” si scontra per definizione con quello che la scuola è: un luogo dove 25-30 persone trascorrono molte ore al giorno in un’unica stanza, spesso parlano ad alta voce e sono a una distanza l’uno dall’altra che, nonostante lo sforzo di presidi e insegnanti, difficilmente, o solo in rarissimi casi, può garantire che SARS-CoV-2, tanto più nella sua variante delta, così più contagiosa delle precedenti, non possa passare di bocca in bocca.

Una lettera sull’ultimo New England Journal of Medicine smonta anche l’idea che i ragazzi non si contagino o comunque non trasmettano poi il virus alle proprie famiglie una volta tornati a casa. Il caso descritto non si riferisce a un contesto didattico, ma a un campo estivo, eppure è difficile pensare che i suoi risultati non debbano chiedere qualche prudenza anche a scuola. Il focolaio di 224 casi segnalato alla rivista riguardava bambini e adolescenti dai 7 ai 19 anni con tampone positivo. Quasi 9 su dieci avevano sintomi e contagi domestici si sono verificati al rientro nel 18% delle famiglie, soprattutto in quelle i cui figli hanno cominciato a stare male solo dopo essere tornati a casa.

Oltre ai rischi per eventuali familiari più fragili, e per i bambini stessi con difese meno vivaci, si accumulano inoltre le prove di possibili conseguenze a lungo termine della malattia anche per i giovani che hanno forme lievi, con disturbi che riguardano soprattutto la capacità di concentrazione e di apprendimento, col rischio di peggiorare ulteriormente il livello di istruzione di questa generazione già provato dalle circostanze.

Riaprire come niente fosse, per poi richiudere ciclicamente ogni volta che un bambino si ammala, non è ugualmente un approccio ottimale per l’insegnamento.

Che fare, dunque? Anche i pediatri italiani della FIMP, già da tempo hanno lanciato l’allarme, raccomandando la vaccinazione dai 12 anni in su, l’unica età in cui per ora è possibile. Al di sotto, bisogna aspettare, probabilmente l’inverno avanzato. Ma la scuola inizia ai primi di settembre. Sarebbe meglio che anche in Italia si stabilisse come affrontare il rientro a scuola, ed è già tardi per farlo. Occorre un protocollo a livello nazionale, che tralasci procedure assurde come i quaderni in quarantena, e si concentri su poche cose davvero importanti: ventilazione e test, prima di tutto, visto che purtroppo le dimensioni delle classi sono rimaste invariate. Lasciar circolare il virus tra i più piccoli, come ha proposto anche il viceministro Sileri, non mi sembra una buona idea.