Si dice in Villa - Tutta la storia della misteriosa epidemia di epatiti nei bambini

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Di nuove epatiti nei bambini si è cominciato a parlare in India tra la primavera e l’estate del 2021, durante la seconda violentissima ondata di Covid-19 che colpì con la variante delta il subcontinente asiatico: un improvviso aumento dei casi di epatite acuta in bambini e adolescenti, inspiegabili se non con l’infezione, in genere asintomatica, da SARS-CoV-2, avvenuta nelle 3-6 settimane precedenti, dimostrata dal riscontro di un tampone positivo o dalla presenza di anticorpi contro il virus al test sierologico. Negativi invece tutti gli esami per la ricerca degli altri virus dell’epatite noti.

Si trattava di casi poco gravi, che non richiedevano cure intensive, guariti con terapia di supporto, per cui venne coniato il termine CACH (Covid Associated Children Hepatitis). Niente a che vedere con le situazioni di piccoli in cui l’interessamento epatico è solo uno dei danni provocati dalla risposta tardiva ma eccessiva all’infezione, che colpisce tutti gli organi e apparati e che caratterizza la MIS-C, cioè la malattia multisistemica infiammatoria.

L’allarme partito dalla Scozia e che ormai ha trovato eco in molti Paesi del mondo, non solo in Europa, ma anche in Israele e negli Stati Uniti, sembra però ora dipingere un quadro diverso, e molto più preoccupante. Da quando il 6 aprile l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno unito ha segnalato la presenza sul territorio di sua Maestà di una sessantina di casi, il numero ha già superato il centinaio. Molti di questi bambini hanno avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva, e alcuni hanno dovuto essere sottoposti a trapianto di fegato.

Erano i primi di aprile, dicevo, e l’annuncio, rilanciato dalla stessa agenzia governativa su Twitter, mi colpì per la solita chiarezza e trasparenza con cui le istituzioni di oltre Manica parlano ai cittadini, dimostrando nei loro confronti la fiducia che poi chiedono in cambio: segnalano subito se qualcosa non va, descrivono cosa si sta facendo per rimediare (da un lato indagando sulle possibili cause, dall’altro chiedendo ai sanitari di alzare la guardia nei confronti di eventuali casi sospetti), coinvolgono la popolazione, chiedendo ai genitori di prestare particolare attenzione a eventuali sintomi, elencati in maniera comprensibile a tutti, senza usare termini tecnici: “urine scure, cacca chiara e grigiastra, prurito, ingiallimento di occhi e pelle (ittero), dolori muscolari e articolari, febbre, senso di malessere, stanchezza inusuale e persistente, perdita di appetito, mal di pancia”.

Nei giorni successivi è stato spazzato via ogni dubbio su possibili sospetti riguardanti i vaccini: la maggior parte dei bambini colpiti ha meno di 5 anni – età per cui non è ancora autorizzato nessun vaccino anti Covid, in UK come in Europa – e anche dei più grandicelli nessuno era stato vaccinato.

Esclusi gli altri virus che in genere provocano epatiti virali, restava la possibilità di una causa ambientale, molto poco probabile data la diffusione delle segnalazioni, soprattutto dopo che si sono aggiunte quelle provenienti da Paesi lontani.

Sul piatto restano quindi al momento poche ipotesi, riprese anche dai continui aggiornamenti degli ECDC. La più caldeggiata sembra quella che chiama in causa uno dei tanti adenovirus che in genere provocano raffreddore, ma talvolta possono colpire anche il fegato. Data l’alta frequenza di queste infezioni tra i bambini, è possibile che il suo riscontro nei piccoli con l’epatite sia casuale. Lo stesso si potrebbe dire della presenza della variante omicron di SARS-CoV-2, che negli ultimi mesi nel Regno unito, dove sono state tolte tutte le restrizioni, ha avuto una diffusione senza precedenti, soprattutto nei più piccoli.

Tra tanti esami eseguiti per risolvere il mistero, non sono riferiti test sierologici che potrebbero confermare un contatto, magari asintomatico, con il coronavirus, nelle settimane precedenti l’insorgenza dei sintomi, ma di nuovo, la coincidenza potrebbe essere del tutto occasionale.

I dati dell’Office for National Statistics (ONS) infatti non  contemplano i più piccoli, in cui queste epatiti sono più frequenti, ma i test sierologici dicono che più dell’80% dei bambini britannici dagli 8 agli 11 anni (non vaccinati) ha anticorpi contro SARS-CoV-2, percentuale che arriva al 97% nei più grandicelli.

La scelta del governo Johnson di non proteggere l’infanzia dal contagio ritenendola a bassissimo rischio, nella speranza di favorire una immunità diffusa, potrebbe quindi ora rivelarsi un boomerang, nel caso in cui emergesse che la variante omicron, che anche là continua a provocare più di 1.000 vittime la settimana, non è tanto innocua nemmeno per i più piccoli. Forse anche per questo non si sottolinea la coincidenza temporale con l’esposizione di massa determinata dalla rimozione di ogni misura antipandemica. “Correlation is not causation”, si sa, ma allora bisognerà capire come mai un adenovirus a un tratto si accanisce in tutto il mondo contro il fegato dei bambini: un mutante anche qui? O forse l’effetto di una coinfezione, o di altri fattori concomitanti legati alla pandemia?

Per ora non lo sa nessuno e, diversamente dal governo inglese, in Italia le istituzioni preferiscono mantenere il silenzio. Nemmeno l’articolo con cui Repubblica ha riferito di casi sospetti anche sul nostro territorio nazionale ha ricevuto risposta. Fonti del ministero sostengono che le Regioni siano già state attivate per aumentare la sorveglianza, ma di comunicazione istituzionale al pubblico, nemmeno l’ombra. I genitori, come al solito, devono barcamenarsi da soli nell’incertezza tra disinformazione, falsi allarmi o preoccupazioni fondate.