Si dice in Villa - Sono i medici cubani che servono alla Calabria?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Non entro nel merito delle questioni sindacali riguardanti i 500 medici che la regione Calabria ha reclutato a Cuba tramite un’agenzia interinale. Mi chiedo solo se l’iniziativa possa davvero essere utile a tamponare la situazione di una sanità che, che dopo dodici anni di commissariamento, non sembra dare segni di ripresa: anzi, nonostante, secondo la Stampa, sia stato versato nelle casse della Regione dal 1998 oltre un miliardo di euro, gli ammalati continuano a migrare al Nord in cerca di cure, mentre ospedali e altri servizi vengono chiusi.

Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha giustificato la sua decisione con la necessità di garantire urgentemente assistenza ai cittadini, in una situazione in cui nessuno ha risposto ai bandi per trovare medici italiani. Ma si è chiesto perché? Come mai, sebbene anche altrove la carenza di medici sia ormai una criticità, in nessuna altra parte d'Italia la sanità pubblica è messa così male che nemmeno per i dottori calabresi può essere un’opzione allettante?

Solo un anno fa, il 12 giugno del 2021, è crollato il controsoffitto del pronto soccorso dell’ospedale di Locri, sulla costa ionica della Calabria, una struttura per la ristrutturazione e messa in sicurezza della quale il governo dal 1989 ha assegnato oltre 14 milioni di euro. L’incidente, che per fortuna non ha provocato vittime, è stato attribuito alla pioggia. Regolarmente poi i medici calabresi sono oggetto di denunce per malasanità: l’attesa in pronto soccorso, l’ambulanza che non arriva, gli ospedali fatiscenti. Riuscirà lo spirito caraibico dei nuovi arrivati a superare tutto questo con un sorriso? Ma, soprattutto, sapranno a che cosa vanno incontro?

Il vero punto critico della sanità calabrese è infatti la massiccia infiltrazione mafiosa nella gestione dei reparti e delle aziende sanitarie provinciali (ASP). È di solo un mese fa lo scioglimento dell'Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria per infiltrazioni della 'ndrangheta decretato dalla Presidenza del consiglio. Il presidente della Regione, e commissario per la sanità, Roberto Occhiuto, l’ideatore della “soluzione cubana”, si è molto risentito per l’articolo del Times inglese secondo cui i medici calabresi emigrano e gli altri evitano la Calabria a causa delle infiltrazioni mafiose nella sanità. Eppure le testimonianze di magistrati e forze dell’ordine, così come le inchieste Farmabusiness, Inter nos e Chirone, hanno dimostrato quanto assunzioni, incarichi e promozioni dipendano dal rapporto tra mafia, politica e imprenditoria. A peggiorare le cose è arrivata poi la pandemia, con i fondi per sostenere i cittadini in crisi e quelli del PNRR, un’ulteriore ghiotta occasione per i gruppi malavitosi. Sebbene la Regione Calabria dedichi il 70% del bilancio alla sanità, il punteggio dei Livelli essenziali di assistenza, che dovrebbero raggiungere almeno i 160, si fermano a 125.

In questa situazione, i medici cubani cosa potranno fare? Il loro arrivo a Bergamo, durante la prima ondata di Covid-19, fu accolto con favore. Allora, con gli ospedali da campo montati dagli alpini a tempo di record, il fattore umano era essenziale: occorrevano soprattutto anestesisti, in grado di intubare decine di pazienti che a causa di gravissime polmoniti bilaterali non riuscivano a respirare. Ma in un’attività clinica quotidiana serve molto di più. Da un lato la capacità di comunicare in maniera affidabile, rapida e precisa con i pazienti e con il personale: basterà un corso intensivo di italiano? E il nome dei farmaci? Oltre alla lingua c’è poi la questione di una formazione, che, per quanto rinomata sia la medicina cubana, potrebbe essere diversa dalla nostra, seguire diverse consuetudini e principi. Come si integrerà con quella dei colleghi calabresi?

Insomma, alcune delle questioni sollevate in occasione dell’arrivo di medici e infermieri in fuga dall’Ucraina invasa dalla Russia sono ancora attuali. La differenza è che ora ad aver bisogno siamo noi, e in particolare la sanità calabrese, a cui forse però serve molto più di qualche decina, e col tempo qualche centinaio, di professionisti: ci vorrebbero piuttosto una risoluta pulizia dalle infiltrazioni mafiose, un adeguamento delle strutture, contratti a tempo indeterminato. E forse allora i ragazzi che si laureano in medicina o i professionisti costretti ad emigrare potrebbero essere felici di restare o tornare a casa.