Si dice in Villa - Siamo proprio sicuri che sia tutta colpa dei no vax?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Non vorrei che tutto il dibattito sulla cosiddetta “quarta ondata” partisse da un assunto sbagliato, conducendo così, inevitabilmente, a errate conclusioni. Mi pare che tutti stiano infatti dando per scontato che, se il virus ha rialzato ancora una volta la testa, è tutta “colpa” di chi non si è vaccinato, che se ancora non possiamo dirci usciti dalla pandemia, se dovesse tornare la necessità di qualche limitazione, dipenderà da coloro che ancora sottovalutano Covid-19, hanno paura del vaccino, non si fidano di chi lo propone oppure, nei casi estremi, tutte queste cose insieme, miscelate con una quantità variabile di rabbia e frustrazione, magari dovute a tutt’altro.

Una certa polarizzazione è stata in qualche modo alimentata fin dall’inizio, e la caccia all’antivax era iniziata prima ancora che i vaccini fossero prodotti, prima ancora che si sapesse se e quali avrebbero superato le fasi della sperimentazione, quando si chiedeva alla cieca ai cittadini se, quando fosse stato il momento, si sarebbero fatti vaccinare con fiducia. Ora, però, a far coincidere l’attuale ripresa dei contagi con la discutibile scelta di non vaccinarsi è stata l’espressione usata dal ministro della salute tedesco, Jens Spahn, che secondo i giornali avrebbe parlato di una “pandemia di non vaccinati”, per arginare la quale occorrerebbero nuove restrizioni.

Davanti alla Germania, si sa, soprattutto quando si tratta di questioni relative all’efficienza e al senso civico, così come si può dire della campagna vaccinale, nell’italiano medio scatta a priori un pregiudizio di inferiorità. Istintivamente, senza guardare i dati, ci immaginiamo una vaccinazione a tappeto, accolta senza riserve da cittadini che ordinatamente si mettono in fila, fiduciosi nelle autorità e nella scienza. Manco per niente. A oggi, secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), in Germania, è completamente vaccinato solo il 67,1% della popolazione contro il 72,1% di tutti gli italiani, bambini compresi. Percentuale che arriva al 76,5% considerando anche coloro che, avendo avuto covid-19, con una sola dose di vaccino entro sei mesi sono ritenuti protetti. La copertura della popolazione sopra i 12 anni, quella che a oggi può essere vaccinata, è in Italia ancora più alta, all’83,8%, con l’86,6% che ha ricevuto almeno una dose di vaccino e può quindi essere difficilmente etichettata come “anti-vax”.

Non può essere inserita tra coloro che sono ideologicamente ostili al vaccino nemmeno la totalità di coloro che ancora non hanno ricevuto nemmeno una iniezione. A parte i pochissimi per i quali il vaccino è controindicato per ragioni mediche, molti sono stati sinceramente convinti dai loro medici (e qui tutta la categoria dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza) che le loro condizioni di salute lo sconsigliano (spesso per esempio a causa di una comune malattia autoimmune), invece di sottolineare che rappresentano un motivo in più per raccomandarlo. Lo stesso vale per parecchie donne in gravidanza o in allattamento, ancora spaventate dalla comunicazione contraddittoria che hanno ricevuto, per non parlare di quante sono state convinte che il vaccino potrebbe avere effetti sulla fertilità futura che a oggi non possono essere esclusi. Su queste persone si può ancora provare a intervenire, facendo chiarezza.

Ma della quota di non ancora vaccinati fanno parte anche coloro che si sono contagiati negli ultimi 6 mesi prima di poter essere protetti, oppure sono guariti nei mesi precedenti, e si fanno schermo di un test sierologico positivo, magari con un alto titolo anticorpale. Anche qui, non sono mancate le voci autorevoli che hanno alimentato il timore che il vaccino, se già si hanno molti anticorpi, possa essere pericoloso. Un errore, dal punto di vista delle scelte individuali, ma che è difficile pensare possa contribuire in maniera significativa alla diffusione del virus. Così come, sebbene esposti personalmente al rischio di un contagio occasionale, difficilmente possono rappresentare un pericolo per gli altri gli anziani allettati o che comunque non escono mai di casa. Lo stesso vale per chi vive più o meno isolato in montagna o in ambienti con pochissime interazioni interpersonali.

Poi, certo, ci sono anche tra noi il cugino, la cognata o il collega che preferiscono sottoporsi a tre tamponi la settimana pur di non vaccinarsi ma, se vogliamo essere onesti, è difficile pensare che, con queste precauzioni imposte dal green pass italiano, possano da soli alimentare la pandemia.

La ripresa dei contagi però c’è, c’è in diversa misura più o meno ovunque, in Europa, e dipende, come sempre, non da uno, ma dalla concomitanza di diversi fattori: la maggiore contagiosità e aggressività della variante delta che, per la prima volta da quando si è diffusa nel nostro continente, ha modo di approfittare dei contatti tra tante persone in ambienti chiusi, complici l’arrivo dell’autunno e la rimozione di gran parte dei limiti imposti dalla legge. Oggi fatichiamo a rispettare, se non siamo obbligati a farlo, anche le precauzioni che tutti istintivamente adottavamo fino a pochi mesi fa. Ci sono le discoteche gremite di giovani che ballano e cantano a squarciagola, ma anche gli adulti si baciano, si abbracciano e all’interno delle case sono (giustamente e comprensibilmente) felici di tornare a reincontrarsi, anche al di fuori del proprio nucleo ristretto. È la pandemic fatigue, che proviamo tutti, e che dà i suoi effetti.

A ciò si aggiunge il calo di efficacia dei vaccini con il passare del tempo, ormai largamente documentato, che si fa sentire soprattutto nelle categorie che per prime vi hanno avuto accesso, nei primi mesi dell’anno. Il rischio di ammalarsi gravemente nei vaccinati resta molto basso e, nella maggior parte dei casi, anche quando l’infezione si manifesta in pochi giorni, viene rimessa in riga dal sistema immunitario. Ma in qualcuno, soprattutto nei più anziani o fragili, questa reazione può mancare o non arrivare in tempo. Anche per questo, oltre che per i limiti intrinseci a qualunque vaccino, è normale che, all’aumentare del numero dei casi, crescerà anche il numero assoluto dei vaccinati che avranno bisogno di cure mediche, ospedaliere o anche intensive. Il rischio sarà sempre inferiore, ma ci saranno. Per questo parlare di “pandemia dei non vaccinati” può trarre in inganno, dando a chi ha ricevuto entrambe le dosi una falsa rassicurazione, facendolo non solo sentire invulnerabile in prima persona, ma convincendolo di non poter rappresentare un pericolo per gli altri. Non è così. Anche i vaccinati, se manifestano sintomi compatibili con Covid-19, devono sottoporsi a un tampone, perché le possibilità che si contagino, con la crescente circolazione del virus a cui stiamo assistendo, non sono remote come poteva essere nei mesi estivi. Un non vaccinato ha infatti molte più probabilità di trasmettere il virus, perché questo non trova nessun ostacolo, ma il filtro del vaccino rappresenta sempre più una protezione individuale che non uno strumento per raggiungere un’”immunità di gregge” che, alle condizioni attuali, non è plausibile.

Un altro elemento importante sono i bambini. Diversamente da ciò che si osservava con la variante prevalente in Europa nel 2020, è ormai chiaro che anche i bambini si contagiano e possono contagiare altri. Con la ripresa di tante attività al chiuso, non solo la scuola, ma le attività sportive, ludiche, musicali e così via, i più piccoli sono spesso molto più esposti di tanti adulti. E, a tutt’oggi, diversamente che dagli Stati Uniti, da noi non possono essere vaccinati, rappresentando così un potenziale bacino di ricircolo dell’infezione.

Ci sono contesti, penso a Trieste o nella provincia autonoma di Bolzano, dove la nuova o vecchia attitudine al rifiuto dei vaccini sicuramente spalanca le porte al virus e la presenza di molte persone non vaccinate, e quindi ad alto rischio, contribuisce a ingolfare le terapie intensive.

Altrove, però, dove la stragrande maggioranza delle persone è già vaccinata, pur senza rinunciare a cercare di convincere a proteggersi anche chi ancora si trova indifeso davanti al virus, non bisogna credere che qualche punto in più di copertura, ottenuto con le buone o con le cattive, cambierà il corso dell’inverno.

Siamo noi vaccinati la stragrande maggioranza. Il maggior impatto viene dai nostri comportamenti, dall’attenzione con cui manteniamo le giuste cautele, senza rinunciare a una vita normale. Ci sono i richiami in corso, che il ministro Speranza ha appena esteso, dal primo dicembre, a tutti coloro che hanno compiuto 40 anni. Si spera che anche questi rialzino un po’ le paratie, frenando il dilagare del virus. Nelle prossime settimane, infine, potrebbe arrivare l’autorizzazione delle formulazioni pediatriche rivolte alla fascia 5-11 anni. Proteggendo i bambini dai rarissimi casi gravi, dalle fastidiose sequele a medio e lungo termine e da continue interruzioni delle loro attività, potremo contribuire anche a dare un ulteriore colpo alla circolazione del virus, che ci aiuterà ad arrivare alla fine di questo faticoso nuovo inverno di pandemia.