Si dice in Villa - Senza forze per affrontare una nuova ondata

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Ed eccoci alle prese con una nuova ondata di covid-19: nonostante la bella stagione, che qualcuno sperava potesse fare da antidoto, il numeri dei ricoveri aumenta, puntuale una decina di giorni dopo l’impennata dei casi. Anche il tasso di occupazione dei posti letto in area medica e in terapia intensiva, secondo AGENAS, nel momento in cui scrivo è già risalito rispettivamente al 10 e al 3%, e probabilmente è destinato a peggiorare, così come il numero dei decessi.

Credo tuttavia che difficilmente raggiungeremo il livello di sovraccarico dei servizi sanitari visto nel 2020, quando la popolazione era totalmente naive all’infezione e non erano ancora arrivati i vaccini. Mi auguro di non essere smentita dai fatti, ma oggi conosciamo meglio la malattia, sappiamo che un uso oculato di antinfiammatori steroidei e non, dell’eparina quando serve, talvolta addirittura dell’ossigeno a domicilio possono evitare molti ricoveri. Le persone a maggior rischio di un’evoluzione negativa dell’infezione dovrebbero ricevere subito, nei primi cinque giorni dal tampone positivo, un antivirale, preferibilmente orale, o, in caso di forti controindicazioni, quei pochi anticorpi monoclonali che ancora sono efficaci contro le ultime varianti di omicron.

Tuttavia dobbiamo fare i conti con un’immunità che, indotta dai vaccini e/o da precedenti infezioni, tende ad affievolirsi, anche in chi ha ricevuto la terza dose e con una popolazione convinta che ormai la pandemia sia finita, anche alla luce delle misure di sanità pubblica ormai quasi completamente eliminate. In prima linea restano quindi solo medici e infermieri a presidiare il territorio, i pronto soccorsi e gli ospedali. Stremati da due anni e mezzo di emergenza, durante i quali hanno potuto godere di poche, incerte vacanze, sono numericamente sempre di meno. Come abbiamo visto in passato in questa rubrica, è enorme il numero dei medici che negli ultimi mesi sono andati in pensione. Altri hanno lasciato la professione o si sono rivolti ad attività private meno stressanti. Il circolo vizioso così si autoalimenta, e chi resta deve affrontare anche il lavoro di chi se ne va. Certo, qualche contratto precario firmato durante l’emergenza si è trasformato in un’assunzione, ma si tratta per lo più di medici molto giovani, qualcuno ancora in scuola di specialità, che richiedono ancora formazione, spesso proprio dai colleghi più anziani per sollevare i quali sono stati assunti. Il sovraccarico di lavoro, la frustrazione per la rapidità con cui ci si è dimenticati degli “eroi” a cui si inneggiava nella prima fase, la scarsità degli incentivi economici, la pretesa delle direzioni sanitarie di recuperare il prima possibile le prestazione rimandate negli ultimi mesi sono tutti fattori che mettono a dura prova la resistenza del personale.

Le cose non vanno molto meglio negli Stati Uniti, secondo un’indagine on line sulla prevalenza di burnout e depressione negli operatori sanitari. La ricerca è stata condotta da Medscape, alla cui rete appartiene anche Univadis.it, intervistando oltre 13.000 medici di una trentina di diverse specialità, con una leggera prevalenza di medici di famiglia e internisti, un campione poi aggiustato statisticamente rispetto ai dati che risultano all’American Medical Association.

Rispetto all’anno scorso, tutto dominato dalla pandemia, la percentuale di medici che dichiara di essere in burn-out è ulteriormente cresciuta, sfiorando la metà dei partecipanti al sondaggio. Il dato potrebbe essere amplificato da un bias di partecipazione (è più probabile che risponda all’invito chi soffre della situazione oggetto della ricerca, rispetto a chi sta bene e se ne disinteressa), ma è comunque allarmante. Tra chi riconosce il proprio disagio, oltre il 50% ritiene che la situazione abbia un forte impatto sulla propria vita. Il burn out, come prevedibile, è più frequente tra medici di emergenza, rianimatori, medici di famiglia e infettivologi, direttamente coinvolti nella pandemia, ma al terzo posto ci sono anche ostetrici e ginecologi, che si sono trovati a gestire gravidanze e parti lungo la corsa a ostacoli delle restrizioni. Colpisce che anche oltreoceano il peso maggiore sia quello dato dalla carta, cioè dalle incombenze burocratiche che esulerebbero dall’attività medica e che invece durante la pandemia si sono gonfiate a dismisura, evidentemente non solo in Italia.

Il 68% si considerava felice prima della pandemia, ma questa quota è ora scesa al 47%; viceversa, la percentuale del 18% che si riteneva decisamente infelice nel 2019 è raddoppiata. Più della metà dei depressi ritiene che il proprio stato d’animo non incida sulla propria relazione con i pazienti, ma oltre un terzo ammette che spesso si sente esasperato nell’avere a che fare con loro.

Per migliorare la propria situazione lavorativa, la maggior parte dei medici in burn-out vorrebbe orari più flessibili e salari più adeguati, così da ridurre lo stress legato alle preoccupazioni economiche. Subito dopo, a pari merito, auspicati dal 36% dei medici in condizioni di burn-out, ci sarebbe il desiderio di avere una maggiore autonomia e maggior rispetto da tutto il personale.

Solo poco più del 10% di chi si è trovato in burn out nel campione dell’indagine USA ha chiesto aiuto psicologico. Gli altri si dividono abbastanza equamente tra chi ha intenzione di farlo e chi no. Quasi la metà di chi non lo vuole è convinto di potercela fare da sola o da solo, e pochi meno temono che la propria reputazione possa uscirne in qualche modo compromessa, se si venisse a sapere del loro disturbo. E in Italia? Lo stigma sulla salute mentale e il mito del supereroe in camice bianco temo che dalle nostre parti siano ancora più duri a morire, compromettendo la capacità di tanti colleghi non solo di svolgere la propria attività in maniera adeguata da tutti i punti di vista, ma anche di coltivare relazioni sane al di fuori del lavoro e soprattutto raggiungere un accettabile livello nella propria qualità di vita.

Che sia un’ondata o un’ondina, che sia poco elevata o si risolva presto, la ripresa dei casi di Covid-19 trova quindi le nostre difese sguarnite, non solo di anticorpi efficaci ma anche di personale fresco, riposato e motivato. Il disagio di chi dovrebbe svolgere un’attività di cura si riflette inevitabilmente sui suoi assistiti. Qualche volta sarà disattenzione al rapporto interpersonale, mancanza di ascolto e di empatia, ma non di rado questa condizione può portare a commettere errori medici anche gravi.

La curva che abbiamo imparato all’inizio della pandemia andava tenuta bassa, sotto una determinata soglia che rappresentava la capacità del servizio sanitario di gestire pandemia e attività ordinaria, con omicron potrebbe essere più schiacciata: molti più casi, ma con meno acuti a rappresentare il picco dei ricoveri. Anche il margine di sicurezza, però, nel frattempo si abbassato, così da essere più facilmente sormontabile. Nonostante l’acquisto di ventilatori, l’ampiamento dei reparti e le risorse stanziate per l’emergenza, il numero di professionisti capaci ed esperti, la loro performance, il tempo che potranno dedicare a ciascun malato, rischiano di esseri fattori in netto calo rispetto al 2020, aumentando le probabilità che il servizio sanitario vada davvero in tilt.