Si dice in Villa - Rabbia colta e violenza bruta

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Ovunque, nel mondo, si discute di quanto siano serviti i lockdown e, a posteriori, è facile dire che non abbiamo, né potremo avere mai, una prova scientifica della loro utilità. Ma il clima di polarizzazione che domina ovunque il dibattito sulla pandemia e le misure per contenerla - forse inevitabile, dato il carico emotivo e socioeconomico che la malattia e le diverse misure hanno avuto e ancora hanno sulle persone - porta anche a conseguenze preoccupanti.

Lascia stupefatti per esempio il risultato di un’indagine, riportata da JAMA Network Open, su un migliaio di cittadini statunitensi adulti rappresentativi del Paese, intervistati in due fasi successive, nell’autunno del 2020 e poi di nuovo nell’estate del 2021. Se inizialmente, durante la seconda ondata della pandemia, rispettivamente il 20 e il 15% delle persone era convinta che fosse giustificabile dare addosso o addirittura minacciare i funzionari di sanità pubblica che avevano deciso la chiusura delle attività o altre misure di prevenzione per Covid-19, a luglio e agosto del 2021, quando si pensava di esserne ormai fuori, queste percentuali erano cresciute rispettivamente al 25 e al 21%. Se inizialmente l’ostilità era particolarmente marcata nelle fasce più fragili della popolazione, l’incremento si è al contrario registrato tra le persone più abbienti, colte e che dichiaravano di avere fiducia nella scienza.

Tra il dire e il fare, poi, non c’è sempre di mezzo il mare. Se si giustificano le minacce, non è così difficile poi metterle in pratica, magari non sui politici o sugli esperti di sanità pubblica, ma sul personale medico e infermieristico con cui si viene più facilmente a contatto.

La violenza contro gli operatori sanitari (di cui abbiamo già parlato qualche mese fa) non è un’emergenza solo per il nostro Paese, dove ogni anno si contano 1.200 atti di aggressione, nel 70% dei casi su dottoresse, infermiere o altre professioniste donne. Uno studio congiunto condotto dal Consiglio Internazionale degli infermieri, dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, della Federazione Internazionale degli ospedali e dall’Associazione medica mondiale lo conferma: il fenomeno era già endemico ovunque, indipendentemente dalle caratteristiche socioeconomiche e di sicurezza del Paese considerato, ma durante la pandemia, secondo più della metà degli intervistati, ha vissuto una preoccupante accelerazione. Secondo il Rapporto pubblicato il 19 luglio, agli attacchi verbali si sono aggiunte in 8 casi su dieci intimidazioni verbali e aggressioni fisiche, in quasi la metà dei casi atti di vandalismo o furto, in più di un attacco su quattro minacce con armi e di uno su cinque uccisioni o ferite gravi del professionista o di un paziente.

Tra gli esempi di Paesi che hanno adottato vari approcci per disinnescare la violenza negli ambulatori e negli ospedali il rapporto riporta l’esempio dell’Italia, dove, nel 2020, il Parlamento ha approvato una legge che aumenta da 4 a 16 anni di carcere la pena per chi provoca lesioni gravi o molto gravi e da 500 a 5.000 euro la sanzione amministrativa per violenza, abuso, offesa o molestie al personale sanitario. Non poteva mancare, la “Giornata nazionale per l’educazione e la prevenzione della violenza contro il personale sanitario”. Servirà? Fino a qualche mese fa, secondo Stefano Simonetti, che ne scriveva alla fine dell’anno scorso sul Sole 24 ore Sanità, non sembrava che fossero diminuiti gli episodi di violenza. E l’Osservatorio previsto dalla legge, che avrebbe dovuto elaborare i dati, non si è mai riunito. In Portogallo, invece, gli attacchi al personale si sarebbero più che dimezzati durante il primo anno di pandemia grazie a un servizio di videochiamate h24 con specialisti di supporto e un migliore coordinamento con il personale di sicurezza. A Taiwan, l’associazione degli infermieri ha stabilito un meccanismo di monitoraggio in cui vengono riportati tutti gli episodi, da cui si ricevano lezioni per migliorare le procedure e l’addestramento del personale.

Per la maggior parte dei partecipanti al Rapporto, infatti, l’evoluzione di queste crisi dipende molto dal comportamento dello staff e dalle loro competenze comunicative. Se un paziente o un familiare perdono il controllo lo fanno per lo più perché mossi dalla disperazione o dalla paura: difficile pensare che un inasprimento delle pene possa fare da deterrente.