Si dice in Villa - Per chi suonano le due campane?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Noi che facciamo divulgazione abbiamo spesso pensato che un elemento distintivo della comunicazione
della scienza riguardasse la necessità di sentire le cosiddette “due campane”. No, dicevamo, non è come
nei servizi di certi telegiornali che devono sempre concedere un determinato numero di secondi a ciascun
partito, non sempre occorre sentire “un altro parere”. Ci possono essere argomenti controversi che
riguardano l’etica o la politica su temi scientifici, su cui può essere interessante ascoltare opinioni diverse,
dati ancora in via di stabilizzazione su cui esperti con diverse specializzazione possono dare diverse letture,
magari suggerendo nuovi filoni di ricerca o mettendo in evidenza uno o più errori di valutazione sfuggiti
all’uno o all’altro. Ottimo. Questo è il sano dibattito scientifico che favorisce, anzi che è indispensabile a
consentire l’avanzamento delle conoscenze.


Ma sui temi su cui esiste un largo consenso nell’ambito della comunità scientifica, per esempio sul fatto che
i vaccini contro il morbillo non provochino l’autismo o che le attività umane abbiano determinato la crisi
climatica in cui ci troviamo, ormai il margine di incertezza è ridotto praticamente a zero. La mole di ricerca
esistente è sufficiente a fugare qualunque dubbio. Ci possono essere sempre singoli individui, magari anche
con un passato glorioso, come il premio Nobel Luc Montagnier o il fisico Antonino Zichichi, che sostengono
tesi controcorrente, ma l’idea che una voce fuori dal coro sia per principio meritevole di essere ascoltata, se
ci pensate, non vale sempre: ci può essere il genio incompreso che, come un solista gospel, parte dal canto
collettivo deviando e innalzando il livello dell’esibizione, ma più spesso, soprattutto nella scienza moderna,
basata sulle grandi collaborazioni internazionali, il singolo scienziato che si presenta come isolato e
incompreso lo è per valide ragioni e la sua voce stonata disturba il concerto invece che migliorarne l’effetto.
A un livello di certezza ancora maggiore c’è una categoria di fatti evidenti anche all’uomo della strada per i
quali non occorre alcun approfondimento scientifico: tutti sanno fin da bambini che lasciando andare un
oggetto dal settimo piano di una casa sulla Terra questo cadrà verso il basso e, se non trova nulla che ne
attutisce la caduta, si frantumerà a terra. Per spiegare la legge di gravitazione universale di Newton non
occorre sentire un parere contrario.


Per questo non si possono mettere a confronto in un dibattito i pro e i contro su temi scientifici consolidati,
perché si rischia di dare al pubblico l’idea che entrambe le posizioni siano equivalenti, abbiano lo stesso
valore, si possa decidere liberamente se aderire all’una o all’altra sulla base delle proprie convinzioni, dei
propri valori, dei propri pregiudizi, delle proprie esperienze, o peggio, della simpatia o delle capacità
oratorie dei due oratori. In gergo la chiamiamo “false balance”, un finto equilibrio, un approccio bipartisan,
si direbbe in politica, che tradisce la verità.


Nel dibattito sulle fake news, o meglio, sul disordine informativo che caratterizza la comunicazione della
salute, ci si rifà spesso a questi concetti. Ci sono alcuni dati di realtà che possono essere provati senza
ombra di dubbio, e che dovrebbero essere comunicati come tali: covid-19 non è un raffreddore, i morti che
ha provocato sono reali. Altri su cui invece la disinformazione può giocare piegando la narrazione, il
contesto, l’accento così da indurre il lettore o l’ascoltatore a credere qualcosa che non è propriamente
esatto, senza inventarsi di sana pianta tutto. Un esempio può essere quello con cui il calo di efficacia dei
vaccini dovuto alla variante omicron viene interpretato come la prova che i vaccini non servono. Ci sono
questioni parzialmente ancora aperte, come l’origine di SARS-CoV-2, su cui però il consenso scientifico
internazionale ha ormai raccolto sufficienti prove da optare decisamente per l’origine naturale. I pochi che
ancora sostengono il contrario non lo fanno con evidenze della stessa solidità. Su altre cose, infine,
possiamo mettere con una certa serenità l’etichetta di “bufala”, come sull’idea che si possa contrastare
l’infezione sorseggiando bevande calde o che i vaccini contro covid provochino una grave reazione
immunitaria chiamata ADE.


Dopo due anni di infodemia su covid-19, la tempesta mediatica relativa alla guerra in Ucraina mi spinge a
riflettere su questi meccanismi applicandoli a un mondo con cui sono meno familiare: quali sono le fonti primarie più attendibili? in pratica, di chi ci si può fidare? Come sottrarsi a una narrazione di parte, che
spessissimo, su entrambi i fronti, non è altro che sfacciata propaganda?
Come chi non conosceva la malattia si trovava disorientato davanti alla comunicazione contradittoria che
ha caratterizzato la pandemia, così ora siamo noi a non avere strumenti chiari per orientarci. Diversamente
da quando si parlava di virus e malattia qui non abbiamo la peer review degli scienziati che vaglia i dati
raccolti sul campo, né, come medici, abbiamo una competenza che ci permette di capire quanto siano
attendibili gli allarmi legati all’attacco a una centrale nucleare o le caratteristiche delle armi utilizzate o di
cui si minaccia l’uso. Qualcuno, come me, si sarà scoperto del tutto ignorante anche riguardo al contesto
storico in cui questo conflitto si pone, e in parte perfino alla geografia dell’area coinvolta.


Anche in questo caso, però, mi pare ci siano dei punti fermi. Dei dati di realtà che è difficile negare. Proprio
perché questa guerra si combatte così vicino, sulla terra di un popolo con cui molti di noi hanno intrecciato
rapporti familiari, di conoscenza e amicizia, in un luogo dove è facile arrivare e dove a oggi resistono tanti
coraggiosi giornalisti e fotografi che possono testimoniare e raccontarci in tempo reale quel che accade, ci
sono fatti che non possono essere smentiti dalle dichiarazioni di chi è parte in causa e che, così facendo,
perde del tutto la sua affidabilità.
Certo, oggi si possono modificare le fotografie e creare video falsi oppure, più semplicemente, in una
situazione così complessa è facile vedere solo una piccola parte della realtà. Ma quella piccola parte credo
possa bastare.


Nel fallimento di un matrimonio ci potranno essere colpe da entrambe le parti, ma quando uno dei due
picchia con violenza l’altro o addirittura lo (o più spesso “la”) uccide, tutte le sue ragioni perdono
qualunque significato. I bombardamenti delle città, il mancato rispetto del cessate il fuoco con gli spari sui
civili in fuga, l’ingresso dei carri armati in un Paese democratico, indipendente e sovrano, gli attacchi agli
ospedali, da parte di un aggressore incomparabilmente più forte dell’aggredito fanno sparire ogni
possibilità di mettere sul tavolo le eventuali ragioni di chi ha pianificato e deciso questa guerra.


L’Organizzazione mondiale della sanità ha riferito lunedì che ci sono stati almeno 16 attacchi a strutture
sanitarie dall’inizio dell’invasione. Quello che ieri ha colpito il reparto maternità dell’ospedale di Mariupol
ha lasciato tutti senza parole. Ma prima che arrivassero le fotografie di Evgeny Maloketka, con i ritratti delle
donne ferite, nei loro pigiami, con i loro pancioni, con i bambini avvolti nelle coperte, l’altra voce, quella di
chi si ritiene libero da ogni condizionamento, negava il racconto dei testimoni e gridava alla
disinformazione, sosteneva, e qualcuno lo sostiene ancora, che la struttura fosse stata utilizzata per scopi
militari e che quindi fosse diventata un bersaglio lecito.

Ecco, non lo so. Forse la storia darà ragione a chi cerca di ridimensionare le responsabilità di quello che vediamo. Forse tutto si dimostrerà un enorme Truman show creato ad arte per scopi geopolitici a noi ignoti. Non lo so. Ma credo che come medici le immagini che arrivano da questa guerra, come da qualunque altra guerra, non ci possano lasciare indifferenti. Che come medici non si possa mantenere una posizione neutrale, ma che ci si debba schierare
con forza dalla parte di chi soffre. Pronti ad accogliere i tanti che arriveranno in fuga da quell’inferno.