Si dice in Villa - Parole come pietre, e non saperlo

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

In una discussione su Twitter, oggi, un interlocutore ha usato l’espressione “cancro” come insulto nei confronti di due personaggi storici. Sebbene volesse confermare la mia posizione nel dibattito in corso, ne sono stata molto disturbata. Ho già parlato in questo appuntamento settimanale di quanto sia importante l’uso non intenzionale di termini che nel passaggio da chi parla a chi ascolta possono inaspettatamente produrre effetti indesiderati. Sicuramente avrò già citato qui l’espressione “immunità di gregge”, per esempio, usata dagli antivaccinisti per rivendicare la loro libertà di pensiero, il loro senso critico di “pecore nere”, in mezzo a un branco di pecoroni “mainstream”. Ma il tema del linguaggio in medicina, nel rapporto tra medico e paziente, va ben oltre il rischio di metafore azzardate e inopportune.

In un’analisi pubblicata nei giorni scorsi sul BMJ, Caitríona Cox and Zoë Fritz, ricercatrici dell’Healthcare Improvement Studies (THIS) Institute di Cambridge, riflettono: “In un contesto medico, il linguaggio fa più che trasferire informazioni tra pazienti e operatori sanitari: ha il potenziale di plasmare la relazione terapeutica. Infatti, la scelta di specifiche parole ed espressioni influisce su come i pazienti vedono la loro salute e la loro malattia, riflettono le percezioni che gli operatori sanitari hanno di loro e influenzano le cure e i trattamenti medici offerti. Il linguaggio nei racconti medici plasma anche il modo in cui i tirocinanti pensano, parlano e si comportano, perpetuando qualunque pregiudizio radicato”.

Se ci pensate, già il termine “paziente”, dal participio presente del verbo “patior”, “soffrire”, nella trasposizione italiana richiama immediatamente la virtù della pazienza, più del dolore a cui si riferisce il termine originario. E se il dolore non si associa necessariamente a tutte le condizioni patologiche, la capacità di sopportare disservizi, ritardi, burocrazia, incomprensioni, talvolta anche le cattive maniere degli operatori, sembra invece una dote richiesta a chiunque cerchi di orientarsi nei meandri del sistema sanitario.

Mi sembra di sentire le proteste: è vero, anche i medici, molto spesso, sono chiamati in questo senso a essere “pazienti”. Ma per chi sta male può essere più difficile, e in ogni caso i professionisti sono definiti per quello che sanno (dotti, i dottori), non per quel che patiscono.

Nella loro analisi le ricercatrici inglesi riconoscono tre principali categorie di espressioni che potrebbero incidere in maniera negativa sulla relazione col malato e che quindi dovrebbero essere evitate: quelle che sminuiscono la o il paziente, quelle che la o lo definiscono implicitamente come oggetto passivo o lo infantilizzano e infine le peggiori, quelle che, certamente senza volerlo, arrivano a colpevolizzarlo. 

Molte di queste espressioni fanno parte di un gergo medico che ha tolto loro per chi le usa ogni sfumatura di significato, ma non è così che arrivano al paziente. Quando in un’anamnesi scriviamo che il paziente “lamenta” un dolore, non intendiamo che è arrivato da noi piagnucolando o protestando per qualcosa, ma la connotazione negativa insita in questo verbo resta. Un altro verbo “antipatico” per il sospetto che può alimentare è “negare”. Chi legge o sente il medico riferire che il suo assistito “nega l’assunzione abituale di alcolici” può pensare che ci sia una scarsa fiducia in questa dichiarazione. Talvolta i dati clinici potranno smentire l’affermazione, ma non è per questo che viene usata. La stessa espressione può riguardare allergie o malattie pregresse (tuttavia, anche qui, si potrebbe pensare: “Perché mai dovrei nasconderle?”).

Nel filone dell’oggettivizzazione e del paternalismo, poi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il medico “manda” a casa e in ospedale, “proibisce” e “autorizza”, tanto che il modo di dire si estende a situazioni extrasanitarie: “Te l’ha ordinato il dottore?” si chiede ironicamente a chi si mostra costretto a fare qualcosa che non vuole.

Non si tratta solo di rispetto, che pure dovrebbe essere alla base di qualunque rapporto di fiducia, come si ritiene necessario debba essere quello di cura. Come accade per le metafore, anche in questo caso l’uso dell’una o dell’altra espressione, soprattutto nella narrazione dei casi, può incidere sulla capacità di fare diagnosi (per esempio nel sottovalutare un sintomo) o di trattare al meglio chi ne ha bisogno.

Alcuni studi per esempio hanno dimostrato che l’atteggiamento del personale in due situazioni identiche può cambiare addirittura in termini di prescrizione, con una diversa somministrazione di antidolorifici, se il caso è descritto in maniera più o meno colpevolizzante nei confronti del malato.

Dal momento che questo accade nella stragrande maggioranza dei casi senza che i sanitari ne siano consapevoli, e tanto meno lo vogliano, occorre imparare a prestarci attenzione. Ne trarranno vantaggio tutti, anche i medici, che davanti a pazienti meno passivi o irritati, potrebbero trovarsi meno spesso a dover essere “pazienti”.