Si dice in Villa - Paese che vai, pandemia che trovi

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Tutti parlano di complessità, ma non tutti, poi, la riconoscono nella pandemia. Forte è la tentazione di trarre conclusioni semplici da un singolo dato che emerge dall’uno o dall’altro Paese, senza tenere conto di quanti altri fattori, che ignoriamo o di cui non teniamo conto, possono influire sul risultato finale. Non solo. Dipende anche quale esito consideriamo: il numero dei casi o delle vittime? Il sovraccarico delle terapie intensive o i giorni di scuola persi? Ci preoccupa solo l’impatto economico e sociale, quello sanitario o cerchiamo di trovare un compromesso tra i due?

Per questo confrontare le situazioni epidemiologiche nelle diverse parti del mondo per trarne conclusioni su cosa funziona e cosa no, per scegliere l'approccio migliore da seguire copiando gli altri, può portarci fuori strada. Lo abbiamo visto con il tragico flop di Immuni, uno strumento nato zoppo perché cercava di applicare una tecnologia che si è rivelata utilissima in Asia in una società che ha tutt'altra percezione della privacy e dei diritti dell'individuo rispetto a quelli dello Stato e della collettività.

L’evoluzione della pandemia, così come la nostra possibilità di controllarla, non dipendono da un singolo fattore, come il tasso di adulti vaccinati o la severità delle chiusure. Quando affermiamo che la pandemia è un fenomeno complesso, intendiamo che la sua evoluzione è determinata da molti elementi che possono agire in maniera diversa dal punto di vista qualitativo o quantitativo, che per di più si intrecciano e talvolta si influenzano tra loro: una popolazione vaccinata per esempio è più protetta, per cui avremo meno ricoveri e decessi, ma proprio perché vaccinata potrebbe essere spinta a uscire di più, viaggiare e avere interazioni più disinvolte con gli altri. Questo potrebbe favorire un aumento del numero dei casi, visto che il vaccino riduce, ma non blocca, la trasmissione, pur senza un eccessivo carico dei servizi sanitari.

È quello che si sta verificando nel Regno unito, dove durante l’estate si è verificata un’ondata di contagi paragonabile a quella dell’inverno scorso, ma con un tasso di occupazione dei posti letto e una mortalità per Covid-19 molto inferiore. E ora, nonostante l’arrivo dell’autunno e l’inizio della scuola, con la mortalità che sembra risalire, tutte le restrizioni sono state per il momento eliminate.

Perché lo stesso modello non si può applicare qui? Perché noi, diversamente dagli inglesi, abbiamo oltre 4 milioni di ultracinquantenni non vaccinati, molti dei quali riempiranno le terapie intensive nei prossimi mesi. Quanti? Dipenderà dalle misure che saranno mantenute e dalla percezione del rischio di queste persone, da cui deriveranno i loro comportamenti. Difficile dirlo con certezza sulla base di modelli matematici o stime che fanno fatica a intercettare umori, paure, scelte delle persone.

Ma ci sono anche elementi culturali, che fanno percepire in maniera diversa situazioni simili: per Boris Johnson possono essere accettabili quasi 200 morti al giorno, per la Ardern neanche uno, noi di fatto ci poniamo a metà tra le due posizioni.

Fattori culturali, insieme con quelli ambientali, anagrafici e demografici agiscono anche nel modellare in maniera diversa nei diversi Paesi l’evoluzione della pandemia: solo il Giappone, in proporzione alla popolazione, ha più anziani di noi. Ma in quel Paese, come nel nord Europa, "mantenere le distanze" è qualcosa che si impara dalla nascita, che fa parte dei comportamenti naturali, non di quelli imposti dalla pandemia. Non occorre inventarsi pugni o gomitate pur di toccarsi, anche con estranei, basta un inchino.

Poi ci sono realtà in cui prevalgono nuclei familiari ristretti, o addirittura single, mentre da noi, soprattutto al di fuori delle grandi città, spesso le famiglie allargate vivono nella stessa casa, su diversi piani, o in case vicine. E quando non è così si ritrovano almeno per il pranzo della domenica.

Siamo uno dei pochi Paesi dove fino a trent'anni è difficilissimo andarsene da casa. In Danimarca, Paese spesso preso ad esempio per come sta gestendo la crisi e che ha appena tolto ogni forma di limitazione, i giovani vivono per lo più tra di loro, e non tornano ogni sera a tavola con genitori e, spesso, nonni. Quindi, inevitabilmente, a parità di casi, ha meno ricoveri e meno morti.

E ancora. Quanti, nei diversi Paesi, lavorano da casa o all’aperto nei campi e quanti vanno in ufficio o in fabbrica? Quanti trascorrono più ore al giorno in treni affollati e quanti possono andare al lavoro in bicicletta? Quanto prevalgono nelle diverse zone attività a maggior rischio rispetto a quelle a rischio zero?

Poi c'è la scuola, di cui si parla tanto in questi giorni. Il nostro sistema scolastico che chiude ai primi di giugno, prima di gran parte degli altri Paesi. Questo ha impedito alla variante delta, diffusasi verso la fine della primavera, di cimentarsi con le nostre classi affollate. Altrove, al nord, il calendario scolastico è più lungo, ma, indipendentemente da freddo e neve, i piccoli stanno il più possibile all'aperto: difficile soppesare quanto conta l’una o l’altra cosa.

In Italia per esempio ci siamo abituati più di altri all'uso delle mascherine. Abbiamo anche accettato  nella primavera del 2020 il lockdown più duro e prolungato di tutto l'occidente (sotto certi aspetti, giudicando a posteriori, perfino eccessivo), ma, persa l’opportunità ottenuta con quel sacrificio, non possiamo permetterci di nuovo una strategia “zero covid” come quella cinese o neozelandese: non abbiamo un sistema autoritario e invasivo della privacy come quello cinese, ma nemmeno un enorme Stato intorno che può sopperire a tutte le necessità di un territorio chiuso e bloccato, né un patto sociale forte, sereno e solidale come quello di Jacinda Ardern, la premier neozelandese che mette in lockdown una metropoli per una manciata di casi, senza che nessuno scenda in piazza a protestare.

A scompigliare ancora di più le carte ci sono le varianti, che si continuano e si continueranno a selezionare nei Paesi dove il virus circola di più, ma poi si diffondono a macchia d’olio, prima da una parte e poi dall’altra. Molti pensano che il risalire delle curve di incidenza mostra l’inefficacia delle campagne di vaccinazione di massa, ma che cosa sarebbe accaduto se avessimo dovuto affrontare senza lo scudo dei vaccini una variante tanto più contagiosa e che raddoppia e oltre il rischio di ricovero a tutte le età?

Per questo è impossibile fare previsioni, e tutte le decisioni si basano, Paese per Paese, su calcoli di probabilità, valutazioni di opportunità, analisi delle situazioni locali, propensione al rischio della popolazione: la pandemia è una crisi globale, che riguarda tutti, ma non tutti allo stesso modo e non per tutti valgono le stesse soluzioni.