Si dice in Villa - No, l’Europa non può stabilire che il vino non è cancerogeno

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Dopo due anni a discutere di scienza e società, leggi e responsabilità dei comportamenti individuali, importanza di una corretta informazione e rischi della politicizzazione dei temi di salute, a leggere certi titoli di questi giorni cascano davvero le braccia. Questa volta non si parla di virus e pandemia, ma di un altro tema strettamente intrecciato con la politica, gli interessi economici, lo stile di vita, le abitudini, le credenze e i valori delle persone: il vino.

L’altro giorno, infatti, il Parlamento europeo ha approvato il "Cancer Plan", il Piano strategico per la lotta al cancro, contenente indicazioni per la prevenzione e la salute, secondo il quale, sulle bottiglie di bevande alcoliche, vino compreso, dovrà essere apportata un’etichetta con indicazioni di tipo salutistico. Grazie a un emendamento proposto dai Paesi mediterranei, i maggiori produttori della bevanda, l’avviso tuttavia “informerà” i consumatori, invece di “metterli in guardia”, come fanno invece le scritte presenti per legge sui pacchetti di sigarette.

Sia ben chiaro. Non credo che in molti abbiano smesso o rinunciato a fumare per le minacce, e le terribili fotografie imposte per legge a chi voglia accendersene una. Non penso che appellarsi alla paura sia il modo migliore per ottenere cambiamenti nei comportamenti e negli stili di vita. Ma c’è una differenza sostanziale tra alcol e fumo, ragione per cui credo che un messaggio chiaro come quello richiesto dall’europarlamentare tedesca Manuela Ripa in questa disputa sia molto importante: la gente fuma, purtroppo, i giovani cominciano a fumare, le donne lo fanno sempre di più, ma non c’è nessuno che razionalmente creda o sostenga più, come accadeva negli anni Cinquanta, che il tabacco è innocuo o addirittura salutare.

Nemmeno le lobby che per anni hanno pagato medici e scienziati accondiscendenti per sostenere l’infondatezza dei danni alla salute provocati dal fumo osano più mettere in dubbio il legame accertato tra questa abitudine e molti tipi di tumori, malattie respiratorie e cardiovascolari, per citare le più importanti.

Ma con l’alcol siamo molto più indietro in questo percorso di consapevolezza. Il vino fa parte della nostra cultura da millenni, è una presenza familiare sulle nostre tavole, riscalda, ristora, per le nonne combatteva l’anemia in gravidanza e per un certo periodo è stato anche ritenuto protettivo delle arterie. Oggi sappiamo che il possibile piccolo effetto benefico dei flavonoidi che contiene è largamente superato dai rischi che comporta: non solo quelli di incidenti legati alle sbronze del sabato sera o alla patologia epatica dovuta agli abusi, ma anche all’aumento del rischio di almeno sette tumori che si associa anche a piccole quantità ingerite regolarmente. Un consumo moderato, per fare un esempio, si associa a un aumento del 27% di tumore al seno rispetto alle donne totalmente astemie, che non è poco se si considera la frequenza di questa malattia.

C’è sempre un effetto dose-dipendente, e brindare a un compleanno non è come scolarsi una bottiglia al giorno, ma l’evidenza scientifica ormai è concorde nel ritenere che non ci sia una soglia minima sotto cui il consumo di alcol possa considerarsi “sicuro”. Per IARC l’alcol è un cancerogeno inserito nel gruppo 1, lo stesso a cui appartengono l’esposizione al sole e all’amianto, il fumo di sigaretta e le radiazioni ionizzanti. Non significa che questi fattori siano ugualmente pericolosi, ma che per tutti abbiamo prove solide della loro capacità di indurre tumori.

Tornando alla vittoria politica di chi sosteneva l’emendamento, questo ha fatto sì che venisse inserito nel messaggio ai consumatori un elemento scientificamente falso, cioè l’invito a un consumo moderato, quando sappiamo che anche questo è associato a un aumento del rischio. E il rischio dipende dalla presenza dell’alcol, indipendentemente dalla qualità del vino, da come è prodotto, da quanto è biologico o di qualità.

Ci sono ancora troppi medici convinti che bere un bicchiere di vino a tavola “fa solo bene”. Possiamo avere convinzioni personali basate sulle nostre tradizioni nazionali, regionali o familiari, ma un’enorme mole di dati raccolti da grandi studi epidemiologici dice il contrario. Non si tratta di spaventare o di evocare il proibizionismo americano, ma di fornire un’informazione scientificamente corretta, che lasci le persone poi libere di fare scelte consapevoli.

Una sentenza di tribunale non può stabilire che un vaccino provoca l’autismo, una votazione del Parlamento non basta, purtroppo, a rendere l’alcol non cancerogeno. E oltre ai politici, anche i giornalisti dovrebbero ricordarsi la responsabilità che hanno nel veicolare certi messaggi.