Si dice in Villa - Liberi tutti, di abbassare la curva non si parla più

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Arriva l’ondata di piena e invece di alzare gli argini le si spalancano le porte. Nel delicato equilibrio tra difesa della salute e delle attività socioeconomiche, con i due decreti dell’antivigilia di Natale e di Capodanno, il governo Draghi sembra aver voltato pagina rispetto ai mesi scorsi, quando aveva invece costantemente cercato un equilibrio tra le due esigenze, spesso falsamente contrapposte, in realtà intrecciate nei due sensi in un sistema complesso. La malattia infatti impedisce di lavorare e, soprattutto se cronicizza, può condurre a situazioni di povertà; la povertà, a sua volta, è un forte determinante della salute, fisica e mentale. Mantenendo una maggiore prudenza rispetto ad altri Paesi, ci era stata così risparmiata la grande ondata di variante delta che ha invece travolto altri, più frettolosi a riaprire tutto e a festeggiare la fine della pandemia.  Ancora a fine novembre, quando il resto di Europa si trovava in grandissima difficoltà, nell’editoriale intitolato “Pandemia. È il momento di aprire l’ombrello”, giudicavo tutto sommato sagge le scelte del governo italiano, calibrate anche attraverso lo strumento del green pass, semplice o “rinforzato”.

In poco più di un mese, però, le cose sono molto cambiate. La variante omicron del virus SARS-CoV-2, che stava emergendo in Sud Africa proprio nei giorni in cui scrivevo quel pezzo, ha fatto saltare tutti i tavoli, mettendo in discussione molti assunti su cui si basavano le varie strategie nazionali. Abbiamo ancora molto da capire su come e quanto le numerose mutazioni che caratterizzano la nuova arrivata determinino un suo diverso comportamento, ma su alcuni punti, ormai, ci si può sbilanciare senza troppo timore di essere smentiti. Non c’è dubbio, ormai, per esempio, che omicron sia molto più contagiosa di delta (la quale a sua volta lo era più di alfa). Il suo tempo di raddoppio nella popolazione è intorno a due soli giorni, rapidità che spiega i numeri record di nuovi casi registrati ovunque. Sembra per fortuna che a questa aumentata velocità di diffusione non corrisponda una maggiore gravità clinica. I dati provenienti da altri Paesi fanno piuttosto pensare a una aggressività leggermente inferiore, ma non siamo ancora in grado di dire se e quanto il minore tasso di ricovero e decessi rispetto alle varianti precedenti dipenda dal virus, dall’ospite o dall’ambiente, secondo lo schema classico della triade epidemiologica.

Alcuni studi suggeriscono una minore tendenza intrinseca di omicron a infettare le vie respiratorie inferiori, ma è possibile che l’apparente minore gravità delle tante infezioni che ormai ci circondano dipendano soprattutto dal fatto che omicron non attacca più solo soggetti “vergini”, che non erano mai venuti a contatto col virus, come accadeva nelle prime ondate. Se è vero che il nuovo virus riesce facilmente a evadere l’immunità di guariti e vaccinati, contagiando anche loro, in questi casi si trova davanti difese non del tutto sguarnite, per cui il virus potrebbe sembrare più “buono”, quando in realtà non lo è affatto. Trova però sistemi immunitari che lo tengono più a bada, forse soprattutto grazie alla risposta di tipo cellulare. Per dire se è davvero meno virulento bisognerà attendere i dati scorporati rispetto allo stato vaccinale o alla pregressa infezione: se si fosse davvero attenuato, dovrebbe provocare meno forme gravi anche tra i non vaccinati.

Per ora non lo sappiamo, e il continuo aumento di ricoveri in ospedale e in terapia intensiva, pur restando al di sotto di quel che si verificava poco più di un anno fa con un numero molto inferiore di casi, fa pensare che omicron stia trovando ancora terreno fertile in cui diffondersi.

Unica barriera alla sua galoppata sembra essere il richiamo, che riporta anche contro omicron l’efficacia dei vaccini a mRNA nel fermare l’infezione oltre il 70%. Un valore discreto, per quanto inferiore a quello ottenuto contro il primo virus, su cui questi prodotti erano stati ideati. Un valore sufficiente per convincere tutti a sottoporsi alla terza dose, ma non per considerare il booster una garanzia assoluta, tanto da lasciare liberi di circolare e incontrare persone fragili i contatti asintomatici di soggetti positivi. Anche perché i primi dati riferiti alla durata della protezione data dal booster stesso, comunque, non rincuorano. Pare infatti che già dopo dieci settimane questa vada calando. Certo, resta la retroguardia dell’immunità cellulare, che si riconferma anche in questo caso più affidabile, ma se da questo ci si può aspettare un mantenimento della tutela nei confronti delle forme gravi, altrettanto non si può dire ai fini del contagio.

Nel giro di poche settimane, infatti, omicron sta mostrandosi anche in Italia come altrove. Uno dei virus più contagiosi che siano mai stati osservati sul pianeta. I numeri della pandemia crescono a vista d’occhio. Per ora l’impennata riguarda soprattutto l’incidenza, con una crescita lineare di ricoveri in ospedale e terapia intensiva destinata però, nelle prossime settimane, a seguire l’andamento ripido della prima. Dato l’alto tasso di vaccinazione nel nostro Paese possiamo sperare che le curve a carico dei servizi sanitari si mantengano più basse, ma il numero inaudito di casi al denominatore farà sì che anche una piccola quota di individui bisognosi di cure mediche avrà un peso importante. Inoltre, non possiamo contare troppo sul fatto che in Italia si riproduca la situazione inglese. Rispetto a oltre Manica, infatti, noi abbiamo un tasso di vaccinazione nella popolazione leggermente superiore, grazie alla protezione data presto e bene a molti giovani, ma nelle fasce vulnerabili oltre i 40 anni, i nostri milioni di soggetti non vaccinati si faranno sentire alle porte degli ospedali.

Non c’è nessuna sorpresa in quello che sta accadendo in questi giorni, non ci sarà nei prossimi. La strada è tracciata, e dopo due anni sembra ridicolo dire ancora: “Vediamo se i casi crescono”. I casi crescono. E dopo 15-20 giorni cominciano a crescere anche le ospedalizzazioni e poi i decessi.

Quando il governo ha deciso di non imporre nessuna nuova restrizione, se non dal 10 gennaio, per i non vaccinati, di non reintrodurre lo smartworking né altri provvedimenti che incidano significativamente sul rischio di trasmissione della pandemia, tolta forse la capienza degli stadi, non ignorava questo scenario. Chi ha preso le decisioni che determineranno l’andamento del futuro prossimo, il destino di migliaia di persone, quel che cadrà di nuovo tra capo e collo degli operatori sanitari ne è perfettamente consapevole. È una scelta lucida.

Un mese fa, mettendo la testa nella sabbia rispetto a quel che si vedeva altrove, si provava a sostenere che omicron potesse non arrivare da noi, o non causare danni. Ancora oggi c’è chi insiste sulla benignità del nuovo virus, continuando a paragonarlo a un raffreddore, e insistendo che riguarda solo i cosiddetti antivax. Per gli altri, una passeggiata. Ed è vero, la maggior parte dei cittadini che sono riusciti ad avere il richiamo (a oggi, quasi venti milioni) non finirà in terapia intensiva, ma, come si diceva per i casi, all’aumento incontrollato del denominatore, anche in questo gruppo più protetto i numeri assoluti di chi svilupperà forme gravi della malattia potrebbero diventare significativi. Ci sono poi molti che, per inefficienza delle proprie Regioni, non sono ancora riusciti ad avere la terza dose, e quelli che, proprio per il fatto di essere particolarmente a rischio, l’hanno fatta tra i primi, e potrebbero oggi tornare a essere più vulnerabili.

Una libera, o quasi, altissima circolazione del virus metterà inoltre in pericolo tutte le categorie di pazienti che rispondono poco al vaccino e, soprattutto, i bambini più piccoli, che ancora non si possono vaccinare e che, dai rapporti provenienti da Regno Unito, Stati Uniti e Sudafrica, sembrano particolarmente colpiti da omicron. Infine, vale anche da noi quel che si è sempre detto per i Paesi più poveri, dove non si è vaccinato abbastanza: più il virus circola, più è facile che emergano nuove varianti, di cui non si possono prevedere le caratteristiche.

Eppure proprio ora che tutti i bollettini preannunciano lo tsunami che colpirà la sanità nelle prossime settimane, si è gettata la spugna. Lo si fa per non far mancare, a causa delle quarantene, troppi addetti ai servizi essenziali. Così facendo si rischia però che debbano invece assentarsene, la settimana dopo, molti di più per malattia.

Lasciar circolare omicron assumendo che sia un raffreddore è un forte azzardo, anche perché nessuno sa ancora se provocherà forme croniche come le varianti precedenti, e se i vaccini saranno in grado di impedirlo. Ovviamente lo speriamo, ma non possiamo fare a meno di tremare, non solo per le vittime, ma anche per l’impatto sulla società e l’economia che si potrà avere, mentre si vorrebbero difendere.

Anche a causa dell’insofferenza di parte della popolazione, nessuno parla più di provare ad abbassare la curva per preservare la funzionalità del servizio sanitario. Nessuno sembra più preoccuparsi degli operatori sanitari decimati e stremati dopo due anni di pandemia. E in tutto questo, nemmeno una parola. Per loro, per i cittadini, per le persone fragili e per i loro caregiver. Sarò fissata con la comunicazione, ma le scelte di questi giorni credo che avrebbero meritato di essere motivate e spiegate. Magari le avremmo capite e condivise.