Si dice in Villa - La scuola sicura non deve essere uno slogan

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Nella polarizzazione estrema che caratterizza ormai ogni aspetto del dibattito pubblico capita di scontrarsi aspramente anche quando si condividono pienamente valori, principi e obiettivi. Prendiamo la scuola.

Nessuno mette in dubbio la sua importanza per la formazione, la crescita e la socializzazione delle nuove generazioni, e perfino per la democrazia, come ha sottolineato il presidente del consiglio Mario Draghi nella sua conferenza stampa del 10 gennaio. Nessuno sottovaluta nemmeno i possibili danni della didattica a distanza, in termini di apprendimento, disagio mentale, riduzione dell’attività fisica con conseguenze sulla salute e il benessere dei più giovani.

Non c’è dubbio che questa modalità di insegnamento accentui la profondità delle diseguaglianze preesistenti, creando ulteriori difficoltà ai ragazzi con disabilità e approfondendo il divario tra chi dispone di una efficiente rete internet e chi vive in un’area meno coperta, tra chi ha a disposizione un adulto che lo affianchi, soprattutto alle elementari, e chi no, tra chi è figlio unico o ha fratelli sia, da un lato, in termini di solitudine sia, dall’altro, in relazione allo spazio disponibile in casa e al numero di device di cui si può usufruire. Per i figli di genitori stranieri può rappresentare una battuta d’arresto nell’acquisizione della lingua italiana, nei casi più estremi perfino privare i minori più poveri dell’unico pasto della giornata degno di questo nome.

Secondo l’UNESCO la pandemia potrebbe facilitare la dispersione scolastica di oltre 24 milioni di scolari in tutto il mondo. In Italia si stima che il 23% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbia abbandonato la scuola senza fare l’esame di maturità o abbia terminato gli studi senza acquisire competenze di base minime. Tutte queste difficoltà erano preesistenti, e non possono essere attribuite in toto alla pandemia - il dato relativo ai giovani di cui sopra, per esempio, nel 2019 era il 22,1% - ma non si può negare che la crisi abbia accentuato in maniera significativa ciascuno di questi aspetti, come conferma una mole di studi multidisciplinari condotti in questi anni in tutto il mondo. Non tutte le conclusioni di ricerche realizzate in un Paese si possono applicare agli altri, perché il modo di fare scuola e le strutture stesse delle aule possono essere molto diverse ma il punto fermo, sottolineato pochi giorni fa anche da Hans Kluge, direttore della regione europea dell’OMS, resta quello ribadito da Draghi: le scuole devono essere le ultime attività a chiudere e le prime a riaprire.

Tutti d’accordo, quindi? Non proprio. Nel pieno di una pandemia, i “contro” della didattica a distanza vanno messi sul piatto della bilancia con i possibili effetti indesiderati determinati dalla frequenza in persona: l’impatto sulla circolazione generale del virus, i rischi per alunni e insegnanti di contagiarsi a vicenda, con un virus che continua a riservarci sorprese, anche a lungo termine, e di trasmettere l’infezione a eventuali parenti o amici fragili. Anche quest’ultima eventualità, qualora si verifichi, può avere effetti psicologici non indifferenti, suscitando sofferenza e sensi di colpa e, comunque, anche qualora non accadesse, può instillare nei ragazzi la paura di poter essere strumento di contagio per altri.

Davanti a ciò la risposta dei fautori della scuola aperta è sempre la stessa: la scuola è sicura. Per definizione, come fosse un presupposto che non si può mettere in discussione, un dogma di fede. Tutt’al più sarebbero i trasporti a determinare l’aumento di contagi correlato alle riaperture delle scuole stesse, mai la permanenza negli ambienti scolastici, sebbene in nessun altro luogo chiuso si stia così a lungo, così in tanti, così vicini. Non nelle attività sportive del pomeriggio, non al parco, non al cinema, non al ristorante, che da solo può essere equivalente alla mensa, dove si tolgono le mascherine. Se anche si invita qualche compagno a casa al pomeriggio o si vedono gli amici al bar, non sarà mai l’intera classe, al chiuso, a un metro di distanza, per 5 o 8 ore.

I problemi però non si risolvono con gli slogan. Soprattutto se sono complessi come lo sforzo di conciliare la volontà di non interrompere una dimensione indispensabile ai più giovani come la vita scolastica, e allo stesso tempo cercare di tenere a bada una pandemia senza altri precedenti sui quali ci si possa basare per trarne insegnamenti significativi. Anche la Spagnola, provocata da un virus non meno preoccupante di questo, colpì un mondo talmente diverso da quello di oggi che qualunque confronto tra le due crisi non sta in piedi.

Non ci resta altro da fare quindi che imparare strada facendo, come all’interno di un videogioco in cui di livello in livello cambiano le sfide: vinciamo nuovi strumenti per difenderci, come i vaccini, ma intervengono varianti con caratteristiche diverse, come accaduto nel corso dell’anno passato, che possono cambiare totalmente lo scenario.

Quando l’Italia è stata colpita dalla prima ondata, nella primavera del 2020, i bambini sembravano quasi totalmente immuni. Ne abbiamo avuto le prove solo a posteriori, purtroppo, dopo aver chiuso le scuole più a lungo della maggior parte dei Paesi occidentali, anche a causa della batosta che avevamo ricevuto nelle regioni del nord. La scelta si motivava con la somiglianza di Covid-19 con il virus respiratorio più contagioso, comune e importante diffuso fino ad allora, cioè quello dell’influenza, per la quale i contagi tra minori sono fondamentali nella diffusione del virus. Con SARS-CoV-2 allora non era così. Alla riapertura di settembre ci si soffermò su una serie di misure senza fondamento scientifico, come la richiesta di lasciare libri e quaderni “in quarantena” per una notte o che sono diventate oggetto di battute e di inchieste da parte della corte dei conti, come i famosi banchi a rotelle che avrebbero dovuto garantire il distanziamento. Le misure inutili non sono neutre: consumano energie che vengono sottratte alle poche cose di provata efficacia. La ventilazione, per esempio.

Sono stati stanziati molti soldi, sotto diverse forme, che però sono serviti soprattutto per interventi di “edilizia leggera”, che comprendono gli arredi scolastici stessi, e per la digitalizzazione, come l’acquisto di tablet per le famiglie che ne erano sprovviste. Molto è andato anche in progetti di formazione digitale per il personale amministrativo e docente. Tutte cose necessarie in vista della didattica a distanza ma che non risolvono i problemi della scuola in presenza.

Tranne lodevoli eccezioni, non sembra che gli investimenti siano stati utilizzati davvero per rendere le scuole più sicure. Non è un’impresa facile, sia chiaro. Perfino nelle zone a più alto rischio sismico, solo un edificio scolastico su 4 risponde ai criteri richiesti per proteggere i ragazzi dai terremoti, e non è più facile proteggerli dalla pandemia. Non è cosa banale allargare le aule o ridurre il numero di alunni per classe, perché ciò comporta una serie di problemi a catena, dalla disponibilità di spazio alla frantumazione dei gruppi già esistenti, al non facile reperimento di insegnanti preparati, soprattutto in alcune materie.

Vero. Ma prima o poi bisognerà affrontare anche la sfida delle cosiddette “classi pollaio”, che riguarda anche la qualità dell’insegnamento, e che risale a ben prima della pandemia. La necessità attuale, con una possibilità di spesa che probabilmente non si ripeterà tanto presto, avrebbe dovuto dare lo stimolo necessario. L’emergenza avrebbe anche potuto stimolare nuovi modi di fare scuola, allargandosi a spazi pubblici messi a disposizione dai comuni, dalle biblioteche ai musei ai parchi, soprattutto per i più piccoli. Per i grandi, attività a distanza potevano essere integrate a quelle in presenza.

Intanto il virus è cambiato, e tanto. È passato attraverso almeno altre due varianti importanti, l’alfa e la delta, prima di travolgere il pianeta con il numero stratosferico di contagi da omicron, talmente elevati da mandare in tilt tutti i sistemi di monitoraggio. All’aumentare della contagiosità del virus, sono aumentati anche i focolai nelle scuole, e il rischio che alunni, insegnanti e personale non docente si possano infettare oggi è maggiore a scuola che nella vita di comunità, come dimostrano gli studi di Vittoria Colizza condotti in Francia, uno dei Paesi che ha tenuto più aperte le scuole, anche quando le altre attività erano in lockdown.

L’ultimo suo aggiornamento mostra l’invertirsi della situazione rispetto ai calcoli precedenti: con l’affermarsi di delta e la vaccinazione dei ragazzi più grandi nella scuola secondaria, la trasmissione del virus alle medie e superiori è nettamente calata rispetto a quando, l’anno scorso, era leggermente superiore rispetto a quel che accadeva nella scuola primaria. Con omicron ancora non abbiamo dati, ma c’è da sperare che l’avanzamento della campagna vaccinale tra i 5 e gli 11 anni proteggerà anche i più piccoli. In Francia i tassi di vaccinazione in questa fascia di età sono bassissimi, da noi sono ancora indietro, ma vanno comunque meglio.

Tutti gli studi che dimostrano la “sicurezza” delle scuole, e sono tanti, sottolineano che la sicurezza è un obiettivo che si può ottenere applicando misure adeguate, non un dato acquisito.

Chi, come me, chiedeva di prolungare le vacanze natalizie, con un recupero a giugno, oppure con qualche settimana di dad programmata, non intendeva negare l’importanza della scuola in presenza o privilegiare le attività economiche (come fa piuttosto sospettare chi pretende di tenere le scuole aperte a ogni costo, anche esponendo i piccoli a dei rischi, solo per non compromettere la produttività dei genitori). I miei dubbi derivavano dagli allarmi delle associazioni di pediatri americani, italiani e di altri Paesi che si sono susseguiti nelle ultime settimane. I dati dei ricoveri tra i minori per il momento restano in Italia contenuti, ma altrove, in Inghilterra per esempio, dove omicron ha già preso il totale sopravvento, non possono non preoccupare, anche a fronte di un numero di vittime contenuto. I danni dell’infezione, anche superata in forma leggera, stanno emergendo: long covid, sindrome infiammatoria multisistemica (per fortuna rarissima), aumento importante del rischio di diabete segnalato in Italia come negli Stati Uniti. Non contano nulla queste conseguenze? Non influiranno sul benessere fisico e psichico, e perfino sull’apprendimento, date le difficoltà di concentrazione osservare nei casi di long covid? Non dovrebbero essere messe sull’altro piatto della bilancia rispetto a quelle, altrettanto serie, dovute alla mancata frequenza degli ambienti scolastici?

Rimandare la ripresa delle attività in presenza significava solo, davanti a una minaccia nuova, adattare la risposta. Ovviamente non c’è tempo, ora, per allargare gli spazi o moltiplicare le classi, ma tenere a casa i bambini per due o tre settimane, con tutto il disagio che comporta per loro e per i genitori, avrebbe significato a mio parere proteggerli da questa altissima ondata in cui è veramente difficile non contagiarsi, risparmiando l’incertezza quotidiana delle fumose misure di quarantena messe in atto dal governo.

Cercando di tenere questo periodo il più breve possibile, si sarebbe dovuto nel frattempo potenziare in ogni modo la campagna vaccinale per i bambini della scuola primaria, recuperare e fornire alle scuole mascherine ffp2 pediatriche, difficili e costose da reperire per le famiglie, organizzare uno screening con tamponi settimanali che secondo Colizza potrebbero ridurre di oltre un terzo il numero dei casi rispetto a un approccio basato solo sull’osservazione dei sintomi. In tal modo, secondo l’esperta italiana dell’INSERM di Parigi, si potrebbe ridurre fino all’80% il numero di giorni di scuola persi, rispetto alla strategia “reattiva” di chiudere le scuole in risposta al numero di casi. Insomma, i ragazzi andrebbero di più a scuola. Che è esattamente quello che tutti vogliamo.