Si dice in Villa - La cannabis sui balconi serve per curarsi?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

di Roberta Villa

 

Dopo due anni di dibattiti in Commissione Giustizia, arriverà il 24 giugno alla Camera dei Deputati il disegno di legge relativo alla cannabis che, tra le altre cose, prevede la depenalizzazione per la coltivazione domestica di non oltre 4 piante “femmine” e un cambiamento dell’approccio sanzionatorio, alleggerito per i fatti di lieve entità e viceversa aggravato fino a 10 anni di reclusione per i reati connessi a traffico e spaccio. A febbraio di quest’anno la Corte Costituzionale ha bocciato il quesito relativo alla legalizzazione della sostanza presentato grazie alla straordinaria raccolta, nel settembre 2021, delle 500.000 firme necessarie per proporre il referendum. Deve quindi essere il Parlamento a decidere sulla questione.

La grande partecipazione di cittadini alla raccolta di firme conferma che il tema è sentito e il confronto maturo. È questo infatti uno di quei temi in cui la politica deve fare sintesi delle diverse sensibilità della popolazione, di come queste sono cambiate nel tempo; deve valutare rischi e benefici, non solo sulla salute, ma anche su altri aspetti della società - per esempio sul controllo della criminalità organizzata-; deve optare per un approccio proibizionista o più permissivo, e poi prendere una decisione che è a tutti i titoli una decisione “politica”. Cosa c’entra quindi la scienza, e in particolare la medicina?

La ricerca sugli effetti delle sostanze d’abuso fornisce alcuni degli elementi fattuali necessari a questa scelta. Può dire al legislatore quali e quanti danni può fare l’uso della cannabis alle diverse età, meglio se mettendoli a confronto con quelli diretti e indiretti provocati da altre sostanze da abuso illegali o legali, come fumo o alcol. Può indicare la concentrazione della sostanza attiva (THC) oltre la quale si verificano certi effetti, e le dosi nel tempo che possono indurli. Può infine monitorare le caratteristiche dei cannabinoidi sintetici che vengono continuamente immessi sul mercato, per mantenere il polso della situazione.

Sul fronte dell’uso terapeutico, invece, come per qualsiasi altra sostanza, gli scienziati possono indagare come sfruttare l’azione farmacologica dei cannabinoidi nei confronti di diverse condizioni patologiche, soprattutto quando mancano o falliscono altri trattamenti di provata efficacia. In questo caso il loro uso è consentito in Italia per il dolore cronico e gli spasmi da sclerosi multipla o paralisi, il controllo di nausea e vomito soprattutto dopo chemio e radioterapia, lo stimolo dell’appetito in pazienti neoplastici o con AIDS, la riduzione della pressione oculare nel glaucoma e la riduzione dei movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette.

L’efficacia dei prodotti a base di cannabinoidi in questa gamma di situazioni è variabile nei risultati e nella solidità delle prove a conforto del loro uso, e di questo occorre tenere conto. Per parlarne come cura bisogna rimuovere i pregiudizi a favore o contrari all’uso voluttuario della sostanza. Come medici, non possiamo sostenerne l’uso terapeutico perché ne abbiamo apprezzato l’uso voluttuario da giovani (o ancora oggi), né criminalizzarlo perché siamo convinti che una canna sia l’anticamera dell’eroina.

Una terapia è una terapia. Il trattamento medico è disponibile dal 2013 sotto forma di farmaco (Sativex R) per ridurre gli spasmi dolorosi nella sclerosi multipla, su prescrizione del neurologo. Già dal 2006 è invece autorizzata, sempre su prescrizione medica non ripetibile, la preparazione galenica da parte dei farmacisti di decotti o prodotti da inalare con apposito vaporizzatore. Dieci anni dopo è cominciata la produzione di cannabis a uso medico anche da parte dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (SCFM), grazie alla collaborazione tra il Ministero della salute e il Ministero della difesa.

Nonostante questo, si contano periodicamente proteste per la scarsa disponibilità e accessibilità di questi prodotti, anche da parte di pazienti per i quali l’utilità della cannabis è lungi dall’essere dimostrata.

Il punto è che il potenziale terapeutico di THC, cannabidiolo e tutti i loro possibili derivati dovrebbe essere studiato per le indicazioni mediche in maniera del tutto indipendente dal dibattito sulla legalizzazione della coltivazione o della vendita di cannabis a scopo voluttuario. Se funzionano meglio di altri medicinali per particolari indicazioni, il loro utilizzo deve essere facilitato. Ma se, viceversa, danno pochi vantaggi, non dovrebbero essere preferiti solo perché “non convenzionali”.

Né tanto meno le esigenze di chi trae beneficio dalla cannabis terapeutica dovrebbe essere usate come grimaldello per la liberalizzazione a scopo voluttuario, che ha tutt’altre caratteristiche e pone ben altre sfide e opportunità. Se la politica vuole seguire questa direzione, come già fatto in altri Paesi, lo faccia con coraggio, sulla base di tante motivazioni pratiche e di principio. Ma non confonda la scelta di equiparare la cannabis all’alcol o al fumo con i possibili utilizzi medici della cannabis, diretti a un altro target, con altri prodotti e altre finalità.