Si dice in Villa - L’importanza di chiamarsi omicron (semicit.)

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

E alla fine è arrivata. Per mesi ci siamo ripetuti che, se non avessimo contribuito a rallentare la circolazione del virus anche nei Paesi a medio e basso reddito, si sarebbero inevitabilmente selezionate nuove varianti. Si è fatto poco o nulla, ed è successo davvero. In Sudafrica è emersa una variante con talmente tante mutazioni, alcune delle quali note per apportare caratteristiche sfavorevoli, talmente lontana filogeneticamente dal ceppo originario, da aver fatto scattare un allarme immediato a livello internazionale capace di far crollare le borse di tutto il mondo. La notizia della rapida crescita dei casi nella repubblica dell’Africa australe, soprattutto nella provincia di Gauteng, anche tra persone che hanno già superato l’infezione provocata da altre varianti, ha fatto il resto.

Nel giro di un paio di giorni dalla comunicazione delle autorità sudafricane, l’Organizzazione mondiale della sanità l’aveva già etichettata come “variant of concern”, variante meritevole, cioè, di destare preoccupazione e il nome tecnico B.1.1.529 era stato sostituito, almeno nella comunicazione pubblica, dalla lettera “omicron”. Seguendo l’ordine dell’alfabeto greco, come era stato deciso a maggio di quest’anno, la nuova arrivata avrebbe dovuto avere il nome di un suono equivalente alla consonante italiana enne, con una vocalizzazione intermedia tra ni e nu. Nei primi giorni era così infatti che era stata chiamata nel dibattito sui social, animato dallo scontro tra chi, avendo un passato di studi classici, preferiva la dicitura “ni” e chi invece, come si usa in ambito tecnico scientifico, la chiamava “nu”. (Anche su questo ci si riesce a polarizzare, anche su questo).

Gli esperti dell’organizzazione sovranazionale, però, hanno tagliato la testa al toro: in inglese, il nome sarebbe stato comunque troppo simile a “new”, nuova. Immaginate la confusione che si verificherebbe se in futuro dovesse saltarne fuori un’altra, per definizione più recente, con la vecchia che è chiamata in tutto il mondo “new”, “nuova”? Meglio passare oltre. Tutti d’accordo.

Sembra però di poter immaginare gli sguardi imbarazzati che si devono essere incrociati tra i membri del Comitato all’alternativa successiva. Dopo la ni, infatti, viene la xi. Si poteva pensare di chiamare il nuovo virus, che tra l’altro potrebbe essere più contagioso e capace, almeno in parte, di sfuggire agli anticorpi di guariti e vaccinati, col nome di colui che da più parti è additato, fosse anche ingiustamente, come responsabile, in un modo o nell’altro, del pasticcio in cui si trova la comunità internazionale? Pur volendo ignorare i sospetti sull’inadeguatezza dei controlli nel laboratorio di Wuhan, la condanna alla mancanza di trasparenza davanti ai primi segnali di allarme provenienti dalla metropoli cinese e addirittura le assurde accuse complottiste di aver architettato l’intera pandemia per trarne vantaggi economici e politici, non sarebbe stato possibile evitare insinuazioni, o almeno battute, se si fosse deciso di chiamare la nuova variante del virus come il segretario generale del Partito comunista cinese e potentissimo presidente della Repubblica popolare, l’uomo con cui il resto del mondo, in un modo o nell’altro, deve continuare a fare i conti tra guerre commerciali, alleanze industriali, fornitura di materie prime e manufatti. Ma a parte Xi Jin Ping, ci sono in tutto il mondo milioni di persone di origine cinese che portano questo cognome, con cui sono traslitterati in alfabeto latino molti diversi cognomi cinesi. Non si poteva caricare sulle loro spalle il peso di questa omonimia.

Può far sorridere questa attenzione all’impatto del nome dato a un virus, ma da molti anni è chiaro quanto questa definizione può influire sul comportamento delle persone e, di conseguenza, perfino sull’andamento della malattia. Per questo nel 2015 l’OMS si è dotata di una guida con le best practice da seguire per la scelta del nome di nuove malattie infettive emergenti. Negli stessi mesi si era infatti toccato con mano quanto poteva essere pericoloso associare un agente infettivo alla zona di origine: a Seoul, in Corea del Sud, si era infatti verificata una epidemia risultata in 138 casi confermati e 38 morti. A provocarla, un coronavirus, improvvidamente chiamato virus della MERS, “Middle East Respiratory Syndrome”. E se la malattia è addirittura definita da una regione geografica, perché mai i medici coreani avrebbero dovuto sospettarla e inserirla nella diagnosi differenziale delle strane, gravissime polmoniti che stavano vedendo? A portarla inconsapevolmente nella penisola dell’Estremo oriente era stato un uomo d’affari, proveniente dall’Arabia saudita, ma dovettero passare nove giorni prima che a qualcuno venisse in mente di chiedergli se per caso era stato in quell’area. Nel frattempo, il virus si era diffuso tra sale d’aspetto di studi medici e pronto soccorso degli ospedali.

Altre volte l’attributo geografico non è solo inopportuno, ma falso. Basti ricordare la madre di tutte le pandemie influenzali, la stranota “Spagnola” del 1918-19. Non si era affatto sviluppata nella penisola iberica, ma la condizione di neutralità del regno di Alfonso XIII faceva sì che lì non ci fosse la censura di guerra dominante altrove, per cui la notizia della malattia, da cui fu colpito anche il sovrano, poteva circolare liberamente.

Negli anni successivi altri nomi di nuovi agenti infettivi portarono con sé il rischio di discriminazione, che fa un doppio danno, perché se colpisce gli uni, dà una falsa rassicurazione agli altri: la legionella non provoca malattia solo nei legionari; l’AIDS, inizialmente chiamato GRID (gay-related immunodeficiency), non colpiva solo gli omosessuali, e tutto il mondo dovette presto scoprirlo amaramente, portando a un rapido cambio di nome della malattia; la “suina”, come venne impropriamente ribattezzata l’influenza pandemica del 2009 da virus A(H1N1), rischiò di danneggiare il mercato della carne di maiale quanto l’aviaria aveva influito sulla percezione del rischio di mangiare pollame.

Le raccomandazioni dell’OMS sottolineano poi l’opportunità di usare nomi semplici, brevi e privi di connotazione che possano alimentare la paura: sconosciuto, fatale, mortale. Forse anche il primo dei coronavirus emersi in questo secolo, quello della SARS (Severe acute respiratory syndrome), da cui per affinità ha preso nome anche SARS-CoV-2, se fosse emerso oggi non avrebbe quell’aggettivo “severe”, grave, nel suo nome, anche se grave, la sintomatologia che dà, senza dubbio lo è

Ma al di là dei nomi ufficiali, alla fine dipende da noi come chiamiamo virus e malattie. Se nel gennaio e febbraio 2020 non fossimo stati in fondo convinti che il virus “cinese” riguardava solo il Paese del dragone, o persone e merci provenienti da lì, forse avremmo individuato prima il paziente zero, contenendo la valanga di casi che ha travolto la Lombardia. Se oggi, davanti a omicron, non continuassimo a pensarla come una variante “sudafricana”, ci accorgeremmo più facilmente di come con ogni probabilità già sta serpeggiando tra noi.