Si dice in Villa - Il primo giorno di ritorno alla normalità

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

È il primo aprile, ma no, non è uno scherzo. Proprio mentre aumentano i ricoveri con e per Covid-19  in ospedale e in terapia intensiva - prevedibile, puntuale, in parte ancora inevitabile conseguenza dell’aumento dei casi delle scorse settimane – nel sistema di risposta alla pandemia si respira aria di smobilitazione. Basta. Con oggi l’emergenza è finita, e in troppi interpretano questa meta (in gran parte di natura politica e giuridica), come un cartello “the end” che cala sulle scene finali della più grande crisi sanitaria dell’ultimo secolo. Prima ancora di poter tirare il fiato le nostre menti sono già gravate dalle immagini e dai racconti su ciò che sta accadendo in Ucraina. E la nostra mente di cittadini privilegiati, nati al momento giusto nella giusta parte del mondo, non può sostenere contemporaneamente la paura della malattia e della guerra.  Non ce la facciamo più. Vogliamo tornare alla normalità. Rivogliamo la nostra vita. La “vita di prima”. Ed è difficile accettare che “la vita di prima” con ogni probabilità non l’avremo più.

Credere che la road map del governo per togliere le ultime misure anti covid ci faccia tornare alla “normalità”, infatti, è il modo migliore per rischiare di perdere anche le libertà che in questi mesi ci siamo faticosamente riconquistati. Ci siamo vaccinati quasi tutti, abbiamo fatto la terza dose quando si è visto che era necessario, ma è ormai stato accertato che anche dopo questo richiamo la protezione cala abbastanza rapidamente, soprattutto nei confronti dell’infezione.

Né il green pass, né il super green pass garantivano al 100% nemmeno prima di omicron l’assenza di persone contagiose in un ambiente, ma ne riducevano in maniera molto importante il rischio. Con la variante che in entrambe le sue forme BA.1 e BA.2 aggira la presenza di anticorpi contro le varianti precedenti, che per di più calano in maniera significativa dopo pochi mesi dalla vaccinazione, l’utilità di questi strumenti, che in autunno hanno salvato molte vite, si va riducendo. Per questo ha senso ridurre le richieste di super green pass: non perché non ci sia più pericolo di contagio, ma perché l’avvenuta vaccinazione non basta a frenarlo. Per ciascuno di noi la vaccinazione è ancora la migliore corazza protettiva possiamo indossare, per abbattere il rischio di forme gravi, ma la sua capacità di preservare altri dal contagio, importante con le varianti precedenti, tende ormai a ridursi a un lumicino. Per questa stessa ragione ha senso che cada l’obbligo, di cui abbiamo già parlato due settimane fa. Addio anche al sistema a colori per le Regioni, che ha perso significato da mesi. E quante volte ci hanno chiesto il green pass “base”, sui mezzi pubblici, nei negozi o in altri luoghi in cui era richiesto? Non credo che abolire questa norma produrrà disastri. Ci sono tuttavia altre decisioni del governo che suscitano un po’ di preoccupazione.

Nel togliere le differenze tra vaccinati e non vaccinati, per esempio, tutti i contatti stretti di soggetti positivi possono oggi uscire liberamente, purché portino un mascherina ffp2 in pubblico e si sottopongano a tampone nel caso in cui insorgano sintomi. Ma se resteranno asintomatici, o fino a quando lo saranno, potranno – anzi, dovranno, non essendo autorizzati ad assentarsi da scuola o dal lavoro – rischiare di portare il virus in ambienti chiusi dove, per esempio a mensa, dove toglieranno inevitabilmente la mascherina, potranno contagiare altre persone, alimentando la diffusione della pandemia.

Perché il virus resta, sta circolando in milioni di persone nel nostro Paese. Una quota di queste, soprattutto non vaccinati e fragili, svilupperà forme gravi. Qualche migliaio ogni mese continuerà a perdere la vita. Molti di più staranno male per una settimana o più; qualcuno dopo mesi ancora si sentirà affaticato o non riuscirà a tornare alle attività precedenti, a causa di long covid; aumenterà forse l’incidenza di altre malattie, per esempio cardiovascolari o neurologiche. Non si può ignorare il carico umano, sanitario, sociale e previdenziale di tutto questo.

Accanto ai provvedimenti che tolgono restrizioni ormai poco utili o insostenibili dal punto di vista economico o sociale, non vediamo purtroppo l’introduzione di altre misure che servano a monitorare la situazione, sequenziare le varianti, cercare di ripristinare appena possibile il tracciamento, ridurre i rischi di contagio mantenendo lo smart working, i congedi ai genitori che devono tenere i figli a casa da scuola o le agevolazioni che consentivano a un maggior numero di esercizi di tenere i tavolini all’aperto. Si parla perfino di eliminare la ricetta dematerializzata, qualcosa che avremmo dovuto introdurre ben prima della pandemia e a cui sarebbe assurdo rinunciare oggi. La “vita di prima” aveva tanti vantaggi, ma non perdiamo le conquiste ottenute in questa