Si dice in Villa - I pregiudizi del medico verso il long Covid

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Mi chiedevo, giusto qualche tempo fa, che fine avesse fatto Massimo Galli, il professore di malattie infettive dell'Università Statale di Milano che abbiamo spesso visto nei salotti televisivi durante la pandemia. Pensavo si stesse godendo la meritata pensione e che rifuggisse la TV soltanto perché stanco delle troppe polemiche che la accompagnano. Invece, da una lunga intervista a Panorama – tra l’altro rilanciata da molti distorcendone il senso – veniamo a sapere che anche lui, come milioni di altre persone nel mondo, soffre di long Covid: il pensiero offuscato dalla brain fog, la difficoltà di concentrazione, i dolori muscolari agli arti. Niente di cui stupirsi, purtroppo.

A seconda degli studi e dei criteri che considerano, fino alla metà delle persone infettate con SARS-CoV-2 a distanza di qualche settimana dalla malattia, anche lieve, talvolta asintomatica, lamenta sintomi di questo tipo, o anche alterazioni dell’olfatto e del gusto, stanchezza invalidante, difficoltà a respirare. Col passare del tempo molti si riprendono, ma non è piccolo il numero di coloro che ancora risentono degli effetti della prima ondata pandemica, dopo aver contratto Covid-19 più di due anni fa, nella primavera del 2020. Secondo i dati della Bank of England, la forza lavoro di oltre Manica da prima della pandemia si sarebbe ridotta di circa 320.000 unità per persone tra i 16 e i 64 anni che non hanno un’occupazione e non la cercano proprio a causa di long Covid.

A sorprendere sono piuttosto le parole con cui l’infettivologo, uno dei più preparati, lucidi e onesti commentatori degli ultimi due anni, ha accompagnato la dichiarazione. Sicuramente Galli conosceva i dati relativi al virus responsabile della SARS: quasi la metà di chi sopravvisse all’infezione a cavallo del 2003 non si è mai completamente ripreso. Se SARS-CoV-2 assomiglia più a questo cugino che non ai coronavirus del raffreddore a cui è continuamente accomunato,il  long Covid potrebbe cronicizzarsi per sempre. Eppure, alla giornalista che lo intervistava, l’infettivologo ha confessato di non aver creduto in un primo tempo alla realtà clinica della sindrome. E ciò sebbene i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) l’avessero riconosciuta fin dai primi mesi della pandemia e l’Organizzazione mondiale della sanità ne avesse dato fin dallo scorso ottobre una definizione condivisa. L’esperto pensava si trattasse di una reazione psicologica. Forse di autosuggestione. Chissà, magari un po’ di vittimismo. Una malattia inventata, insomma.

E qui devo fare un po’ di autocritica anch’io, che insieme a molti altri, quando furono per la prima volta descritte, etichettammo allo stesso modo altre condizioni senza un evidente riscontro clinico o strumentale: la sindrome da stanchezza cronica, per esempio, o la fibromialgia, malattie per le quali si ipotizza oggi un possibile iniziale trigger virale come per le sequele a lungo termine di Covid. Situazioni in cui, per l’assenza di un segno radiologico o di un marcatore ematico inequivocabile, la diagnosi può essere posta solo in base alle parole del paziente, alla sua testimonianza, alla sua esperienza.

A livello internazionale, o in contesti particolari come quello delle malattie rare, il ruolo dei pazienti è largamente riconosciuto. Anche la definizione di long Covid dell’OMS deriva da un processo che li ha coinvolti in prima persona. Varie associazioni di pazienti hanno un posto nel comitato scientifico di riviste come il BMJ. In molti istituti incidono sulle linee di ricerca da perseguire. Esiste poi l’Accademia dei pazienti EUPATI, che contribuisce alla formazione di “pazienti esperti”, in grado di affiancare il medico nei percorsi terapeutici. Si tratta però purtroppo solo della punta di un iceberg, di esperienze meritevoli ma isolate.

Nella maggior parte dei casi persiste in Italia un modello paternalistico, quando non autoritario, della medicina, che non coinvolge l’ammalato e troppo spesso nemmeno lo ascolta. Per questo se, a distanza di settimane dalla negativizzazione da un’infezione etichettata come banale, l’assistita o l’assistito lamentano ancora un malessere che talvolta impedisce perfino loro di tornare al lavoro, rischiano di non essere creduti, o in ogni caso la loro situazione sarà con ogni probabilità sottovalutata.

Poco importa che da mesi ormai le riviste scientifiche descrivano le sequele di Covid-19, ne stimino la durata e la frequenza e ne sottolineino le caratteristiche invalidanti. Perfino un personaggio come Galli, che certamente si aggiorna continuamente, è cascato nella trappola di non credere a una sindrome basata solo sulla parola dei pazienti, almeno fino a quando non lo è diventato anche lui. Come medici si dovrebbe imparare questa lezione, da applicare anche a tutti gli altri campi dell’attività quotidiana.