Si dice in Villa - Giù le mani da medici e infermieri

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Secondo una ricerca appena resa nota dall’Università di Genova, quasi un infermiere su tre in Italia riferisce di essersi trovato nell’ultimo anno a subire insulti verbali o violenza fisica sul luogo di lavoro. Il dato più recente riferito ai medici è ancora più scoraggiante, e risale al mese immediatamente precedente lo scoppio della pandemia: tra gennaio e febbraio 2020, secondo quanto riportò allora il sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, più della metà dei 2.000 professionisti intervistati affermava di essere stato personalmente vittima di uno di questi episodi, una quota in netto aumento rispetto alla precedente indagine, che risaliva al 2018.

Se nei mesi di lockdown le aggressioni erano calate, ora la pandemia non ha fatto che accentuare il fenomeno.  L’opinione pubblica si è presto dimenticata degli “eroi” acclamati ogni sera dai balconi. Come abbiamo già ripetuto più volte in questa rubrica, l’invecchiamento medio della classe medica, insieme con l’esperienza devastante della pandemia, hanno innescato un circolo vizioso, per cui il personale già insufficiente prima dell’emergenza, talvolta in burn-out, sottopagato e frustrato per il carico burocratico e le modalità di lavoro a cui è sottoposto, appena può va in pensione o si licenzia, e chi resta è costretto a moltiplicare i turni, rinunciare al dovuto riposo, sobbarcarsi anche il lavoro di chi lascia, alimentando un disagio crescente. In tutto questo, il 20% che ha chiesto aiuto a uno psicologo è soltanto la punta dell’iceberg di un bisogno di aiuto molto più esteso, in cui le aggressioni da parte di pazienti e cittadini rappresentano un’ulteriore, grave, fonte di malessere. Non solo per il danno reale che possono creare, ma perché fanno sentire il personale sempre più vittima di incomprensione e sottovalutazione del proprio ruolo da parte della società tutta.

In risposta a questo fenomeno qualche mese fa il ministro della Salute Roberto Speranza, dell’Istruzione Patrizio Bianchi e dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa, hanno firmato un decreto che istituisce per il 12 marzo la Giornata nazionale per la prevenzione e l’educazione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari. Ottime le intenzioni dell’iniziativa, nata allo scopo di «organizzare iniziative di comunicazione e per promuovere una cultura che condanni ogni forma di violenza nei confronti dei lavoratori della sanità», come si legge sul sito del Ministero, ma è proprio di un’altra giornata che abbiamo bisogno?

"Oggi abbiamo una legge che ci tutela e con la quale abbiamo raggiunto due risultati: l'aumento delle pene e la procedibilità d'ufficio. Quest'ultima è un deterrente perché non c'è più l'alibi che ad ogni aggressione il medico doveva denunciare per poter attivare l'azione penale” ha spiegato allora il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli. Sono passati 25 anni dalla raccomandazione con cui il Ministero della salute intendeva prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari. “Gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari costituiscono eventi che richiedono la messa in atto di opportune iniziative di protezione e prevenzione” si legge in grande, evidenziato in giallo, in testa al documento. Se si parla di pene, però, non è più prevenzione, mentre molti medici speravano che si potesse essere difesi in maniera più concreta, non solo potersi rivalere in seguito sugli aggressori. Anche perché la maggior parte di questi episodi non hanno un carattere di premeditazione su cui si può sperare che le conseguenze penali agiscano da deterrente. “L’idea era di tornare ad avere un presidio di polizia all'interno dei dipartimenti di emergenza-urgenza – prosegue Anelli-. Abbiamo sentito il ministro Luciana Lamorgese che però ci ha espresso una difficoltà a livello di unità operative che renderebbe questo obiettivo molto complesso da realizzare. Se è vero che deve ispirarci la cultura della non violenza è anche giusto provare a rispondere in modo preventivo, purtroppo i vigilantes delle aziende sanitarie non hanno la possibilità di intervenire in caso di aggressioni".

Oggi come allora ci sono situazioni di maggior rischio: i pronto soccorso, i reparti di terapia intensiva, di medicina interna e di geriatria, i SERT e i servizi psichiatrici e di continuità assistenziale. Ma il National Institute for Occupational Safety and Health dei CDC di Atlanta identificava già nel 2007 una serie di condizioni più specifiche che concorrono all’incremento degli atti di violenza: l’aumento di pazienti con disturbi psichiatrici acuti e cronici dimessi dalle strutture ospedaliere e residenziali; la diffusione dell’abuso di alcol e droga; l’accesso senza restrizione di visitatori presso ospedali e strutture ambulatoriali; le lunghe attese nelle zone di emergenza o nelle aree cliniche, con possibilità di favorire nei pazienti o accompagnatori uno stato di frustrazione per l’impossibilità di ottenere subito le prestazioni richieste; il ridotto numero di personale durante alcuni momenti di maggiore attività (trasporto pazienti, visite, esami diagnostici); la presenza di un solo operatore a contatto con il paziente durante visite, esami, trattamenti o gestione dell’assistenza in luoghi dislocati sul territorio ed isolati, quali i presidi territoriali di emergenza o continuità assistenziale, in assenza di telefono o di altri mezzi di segnalazione e allarme; la mancanza di formazione del personale nel riconoscimento e controllo dei comportamenti ostili e aggressivi; la scarsa illuminazione delle aree di parcheggio e delle strutture.

L’unico di questi fattori che dovrebbe essersi ridotto negli ultimi anni, date le limitazioni imposte da Covid-19, è il libero accesso dei visitatori agli ospedali, ma è facile immaginare che proprio l’impossibilità di vedere i propri cari, e spesso la difficoltà ad avere notizie sulle loro condizioni, abbia piuttosto esacerbato gli animi, mentre molti anziani in condizioni cognitive fragili, lasciati soli in ambienti sconosciuti, privi della presenza e dell’assistenza dei loro caregiver abituali, possono essere diventati più facilmente aggressivi. La maggior parte degli altri fattori di rischio elencati qui sopra non possono che essere aumentati negli ultimi mesi, come conseguenza della pandemia sulla popolazione e del continuo calo nel numero degli operatori. Non dimentichiamo poi quanto l’esasperazione, la stanchezza, la mancanza di tempo di chi rimane al suo posto potrebbe ostacolare un rapporto sereno e paziente con malati e familiari, facilitando frizioni, discussioni, veri e propri litigi che, a seconda delle persone coinvolte, possono diventare violenti.

Per cercare una soluzione a un problema, è importante prima di tutto identificarne le cause. Certamente un ruolo importante ha anche l’idea di una sanità-supermarket, che, come ha dichiarato Anelli, riflette la cultura di una “medicina dei desideri”, basata sulla richiesta (anzi, la pretesa) di prestazioni e la convinzione che tutto si possa curare. Quando l’esame o il trattamento viene ritenuto inappropriato dal medico, che per questo lo rifiuta, oppure le cose non vanno come sperato, ci si accanisce contro il professionista.  

Ma anche in questo ambito, come in tanti altri che abbiamo considerato, è fondamentale prima di tutto da parte del personale la capacità di adottare modalità di comunicazione comprensive e non aggressive, di acquisire tecniche di relazione in grado di disinnescare un potenziale conflitto. Si può fare. Bisogna imparare, come si imparano tanti altri aspetti della professione.

Ma poi tocca al sistema permettere ai sanitari di essere professionisti, e non sempre eroi che compiono imprese impossibili ai comuni mortali.