Si dice in Villa - Fare i vaccini non è come dirlo

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

Che per uscire dal tunnel della pandemia occorra vaccinare tutto il mondo, o almeno gran parte della sua popolazione, si è detto e ripetuto, ed è difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo su questo. Come raggiungere questo obiettivo però è ancora oggetto di un dibattito che purtroppo talvolta sembra essere guidato dalle ideologie più che dai fatti.

Nei mesi scorsi sembrava che la soluzione a questa grande sfida potesse venire - se non in toto, almeno in gran parte - dalla decisione politica di ricorrere alla clausola della licenza obbligatoria. I trattati internazionali sul commercio prevedono infatti che in caso di emergenza sanitaria i governi possano obbligare chi detiene un brevetto su medicinali o vaccini considerati essenziali per la salute a concederne l’uso ad altri. Molti pensano che, con provvedimenti di questo tipo, si possa aumentare la produzione globale e consentire ai Paesi più poveri di produrre gli stessi vaccini venduti dalle big pharma, senza dover dipendere da loro.  

Confesso che ho nutrito fin dall’inizio non poche perplessità sul fatto che questo approccio possa rappresentare una vera svolta, indispensabile per raggiungere le parti del mondo che ancora hanno un tasso di vaccinazione a una sola cifra. Diversamente da quel che vale per la maggior parte dei farmaci, infatti, la produzione di un vaccino, soprattutto se così innovativo, non è limitata tanto dal brevetto (su cui per esempio Moderna si era già impegnata formalmente a non rivalersi), ma da altri fattori: la disponibilità di materie prime molto particolari, a loro volta soggette a brevetti e realizzate da una filiera molto ristretta (come le nanoparticelle lipidiche che avvolgono il materiale genetico del vaccino), ma soprattutto un know-how che non è facile trasferire. Non basta avere un “libretto di istruzioni”. Non c’è una facile ricetta da seguire. Il vaccino non si ottiene da una reazione chimica, ma è un prodotto biologico estremamente sofisticato.

A riprova di quanto le cose siano meno semplici di quanto si vuol far credere basta ricordare gli ostacoli e le battute d’arresto subite da attori che avevano invece già tutte le carte in regola per riuscire. Tra le pochissime grandi multinazionali del farmaco che sono rimaste nel rischioso campo dei vaccini, soltanto Pfizer ha infatti puntato subito sul cavallo giusto, firmando la partnership con BioNtech. La piccola azienda tedesca, che studiava vaccini a mRNA soprattutto in vista di un uso in oncologia, in dosi quindi estremamente limitate, ha messo a disposizione la piattaforma e la big pharma americana ha aggiunto le sue enormi risorse per lo sviluppo e l’autorizzazione del prodotto finale. Ma soprattutto ha potuto mettere sul tavolo la sua esperienza e capacità, grazie a cui è stata organizzata una produzione enorme, con l’apertura di ulteriori siti, anche in Europa, rispetto a quelli previsti in un primo tempo, quando si credeva che quello di Pfizer sarebbe stato un vaccino fra tanti, non quello più diffuso al mondo.

Eppure anche Pfizer, come Astrazeneca, ha avuto nei primi mesi inciampi e rallentamenti nelle fornitura, a riprova di quanto fosse arduo, anche per chi l’aveva messa a punto, portare su larga scala una procedura che fino a pochi mesi prima non era mai stata pensata a livello industriale, tanto meno in volumi record senza precedenti come quelli richiesti dalla più vasta campagna di vaccinazione mai realizzata.

È andata di certo peggio al terzo vaccino a mRNA previsto dopo quelli di Pfizer e Moderna, il tedesco Curevac, che ha ottenuto risultati così inferiori a quelli raggiunti dai concorrenti da non essere ancora stato autorizzato. E perfino un altro colosso farmaceutico europeo come Sanofi Pasteur nei mesi scorsi ha dovuto riconoscere gli scarsi risultati del suo candidato vaccino contro SARS-CoV-2 a subunità proteiche, potenziato dall’adiuvante fornito dall’altra grande del settore, la britannica GSK. Anche se il progetto non è stato del tutto abbandonato - forse verrà riproposto come possibile richiamo – la vicenda dimostra quanto sia tutt’altro che facile produrre vaccini sicuri ed efficaci contro SARS-CoV-2. Non qualcosa che in un Paese povero si possa improvvisare in poche settimane.

La stessa Sanofi si era anche impegnata in un progetto finalizzato a realizzare un suo vaccino anti covid a mRNA, ma proprio in questi giorni ha annunciato di non avere intenzione di proseguirne la sperimentazione, sebbene i risultati preliminari dello studio di fase I/II presentati martedì scorso dall’azienda francese fossero tutt’altro che deludenti: nessun segnale di preoccupazione riguardo alla sicurezza e una sieroconversione con un aumento degli anticorpi contro SARS-CoV-2 di 4 volte nella quasi totalità dei partecipanti.

Perché allora, dopo pochi giorni, l’abbandono del progetto? Secondo Thomas Triomphe, a capo della divisione vaccini di Sanofi Pasteur, scopo dello studio era soprattutto verificare l’efficacia della piattaforma per la produzione di vaccini a mRNA acquistata da Translate Bio. L’idea però è di utilizzarla per altri scopi, dai tumori all’influenza, che con la sua somministrazione stagionale rappresenta un mercato stabile e sicuro, dove l’azienda è già ben posizionata. Creare nuovi vaccini nei confronti di Covid, invece, per Triomphe, potrebbe essere inutile, dal momento che il mercato è ormai coperto da Pfizer e Moderna e, a suo parere, dopo una terza dose, l’immunità dovrebbe essere sufficiente da non dover ricorrere ad altri richiami.

Se il mercato è saturo, forse il collo di bottiglia a questo punto non è più tanto la disponibilità di vaccini, quanto la capacità di portarli a destinazione, conservarli e distribuirli. Secondo i dati UNICEF, in tutto sarebbero già stati garantiti dai produttori a governi e organizzazioni sovranazionali quasi 20 miliardi di dosi, sufficienti a proteggere con due inoculazioni tutta l’umanità, e garantire anche la terza a chi ne ha bisogno (sebbene al totale contribuiscano anche  candidati rimasti indietro come quelli di Sanofi o di Curevac).

In questo scenario, credere che basti concedere licenze (cosa che peraltro Astrazeneca già fa in molte parti del mondo) o sollevare brevetti per risolvere la carenza di vaccini facendoli produrre nei Paesi più poveri sembra un tentativo un po’ ingenuo di trovare una soluzione semplice a un problema complesso. Una delocalizzazione che nel tempo decentralizzi queste attività si potrà e si dovrà fare, ma la costruzione e l’accreditamento degli impianti, la soluzione dei problemi logistici, la formazione del personale locale richiederà molti anni e certamente non potrà servire all’emergenza attuale, per la quale il tempo stringe.

Se continuerà liberamente, infatti, la circolazione di SARS-CoV-2 nei Paesi a medio e basso reddito, porterà inevitabilmente nei prossimi mesi allo sviluppo di nuove varianti, come già si è verificato in Brasile, Sudafrica, India. Basterebbe che una sola di queste avesse una fitness maggiore della delta, o sapesse meglio di questa eludere all’azione dell’immunità indotta dai vaccini esistenti, e ci ritroveremmo al punto di partenza, o quasi, anche nei Paesi più ricchi.

Vaccinare il mondo quindi non è solo necessario, ma urgente. I partecipanti al Global Covid-19 Summit organizzato dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden la scorsa settimana si sono impegnati perché si possa realizzare l’obiettivo di vaccinare il 40% della popolazione mondiale per la fine del 2021 e il 70% per la metà del 2022. Per raggiungere il target di quest’anno occorrono 2 miliardi di dosi e diversi Paesi, tra cui l’Italia, hanno promesso di contribuire.

Il presidente Draghi ha annunciato di voler donare ai Paesi a basso e medio reddito il triplo delle dosi già previste, portando entro dicembre 2021 il loro numero a 45 milioni. “Nessuno è al sicuro finché tutti non saranno al sicuro” si dice, non senza un’ombra di velato egoismo. Proteggere il resto dell’umanità, ormai si è capito, non è solo un atto di giustizia, ma una scelta interessata. Qualunque sia la ragione per cui lo si vuole fare, però, l’importante è riuscirci. Altrimenti saranno guai.