Si dice in Villa - “Facite ammuina” e si salvi chi può

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Nel delirio comunicativo di questi due anni di pandemia, quasi tutti abbiamo avuto momenti di confusione e smarrimento, tra mille voci discordanti anche da parte di persone a cui si riconosce un ruolo professionale, scientifico o istituzionale, immersi in narrazioni in contrasto con la realtà dei fatti, o colpiti da provvedimenti che vanno in direzione opposta alle narrazioni stesse. Rassicurazioni e sottovalutazioni davanti a dati allarmanti. Norme severe mentre si ridimensiona il rischio.

È difficile dire quanto questo dipenda dalla complessità di una situazione senza precedenti in cui tutti (medici, scienziati, politici, giornalisti e comunicatori) hanno navigato a vista, disorientati quanto le persone che chiedono loro risposte; quanto invece sia stato provocato dall’intrecciarsi e il sovrapporsi di mille interessi individuali e di parte; quanto forse sia effetto del sistema proprio del nostro Paese, a partire dai palazzi romani del potere fino a quelli dei consigli regionali e comunali, per arrivare a un sistema dell’informazione che non riesce a svolgere il suo ruolo di “cane da guardia” del potere stesso, forse anche per la scarsità di media davvero indipendenti, che non obbediscano a logiche economiche o politiche imposte dall’editore. Lo si è visto in diversi snodi cruciali della pandemia: qualcuno dietro le quinte lancia una parola d’ordine, un personaggio, una interpretazione della realtà e i grandi giornali, le reti televisive, le radio, i siti li rilanciano all’unisono, senza alcuna verifica dei fatti, con le sole eccezioni di quelli che vanno contro sempre e comunque, senza entrare nel merito, andando ancora più fuori strada.

Tutto questo ha avuto un impatto sulla nostra capacità di gestire la pandemia, ma soprattutto sul livello di stress che accusiamo. La comunicazione in una situazione di crisi serve a indirizzare i comportamenti più opportuni, ma anche ad aiutare la gente ad affrontare gli ostacoli con consapevolezza, ma in serenità.

In Italia, invece, sembra di stare sulle montagne russe. A maggio 2020 secondo alcuni avremmo dovuto archiviare la pratica, dato che il virus sarebbe sparito con la bella stagione (“in fondo, il suo cugino più prossimo, il virus della SARS, non aveva fatto così?”). Dopo un’estate da cicale, con i bonus vacanze che avrebbero voluto incoraggiare i cittadini a muoversi per salvare il turismo, ecco l’anatema contro chi aveva accolto quell’invito, e a causa degli spostamenti e dei contatti aveva rialimentato l’epidemia.

Poi di nuovo, con provvedimenti come il cashback che si poteva utilizzare solo nei negozi, per poi dover ricorrere alle chiusure dell’autunno-inverno. Immagini televisive di ospedali al collasso e alla pagina successiva le spinte a ripartire. Si spiega che i vaccini sono efficaci e sicuri, che a loro dobbiamo salva la vita di migliaia di persone, ma subito dopo si enfatizzano rarissimi effetti collaterali così da condizionare la campagna vaccinale. Servizi televisivi montati sul nulla, interviste a improbabili ciarlatani, perfino il Presidente del consiglio che dichiara ingenuamente al Paese di non aver seguito lui per primo le regole, avendo ricevuto una seconda dose eterologa con un prodotto a mRNA quando, per età avrebbe dovuto avere il vaccino di Astrazeneca come alla prima.

Insomma, un macello. Altro che infodemia. Una pandemia di cui si continua ad annunciare la fine, ottimi e utilissimi vaccini caricati però di aspettative oltre al dovuto, farmaci che nelle pubblicazioni scientifiche si dimostrano inefficaci, ma che al pubblico vengono presentati come “salvavita”, di più, come la cavalleria che arriva a salvarci dall’assedio del virus. Non se ne può più, davvero.

Davanti a tutto questo, gli italiani sono stati più che esemplari. I medici, gli infermieri, tutti gli operatori sanitari che in silenzio, stringendo i denti e rivoltandosi le maniche hanno retto la prima, la seconda, la terza, e ora fronteggiano la quarta ondata. Chiudendosi in bagno a piangere, finito il turno, prima di tornare a casa. Trascurando la famiglia e sacrificando sabati e domeniche per consentire, insieme all’apporto di migliaia di volontari, che la macchina delle vaccinazioni, davvero impressionante nella sua efficienza (pur dopo gli scivoloni iniziali) portasse piano piano il Paese fuori dal pericolo più grave e immediato. I cittadini, che ignorando i messaggi contraddittori, i complottismi, le storie terrificanti, si sono recati agli hub con una sollecitudine superiore a quella della maggior parte dei Paesi europei.

Durante il lockdown più lungo e severo dell’occidente, gli italiani hanno smentito la loro fama di irresponsabili indisciplinati, adeguandosi anche alle norme più assurde. Ma c’è un momento in cui il sistema sembra andare in tilt, in cui la cosiddetta “pandemic fatigue”, di cui tutti, chi più chi meno, soffriamo, ci impedisce di tenere la barra dritta mentre i venti della disinformazione ci spingono da ogni lato.

Oggi siamo in un momento davvero critico. La variante omicron ha travolto tutti i Paesi, anche i più ligi, come il Giappone, con una capacità di diffusione mai vista, dovuta anche alla sua capacità di evadere l’immunità fornita da vaccinazioni troppo vecchie o infezioni con varianti precedenti. Grazie all’alto tasso di persone vaccinate, oltre che in parte a una sua minore virulenza, al numero fuori scala dei contagi non corrisponde lo stesso numero di ricoverati e morti che avremmo avuto, con questi numeri, solo un anno fa. Ma in valore assoluto i numeri sono ancora significativi. In ospedale ci sono migliaia di persone. Più di due milioni e mezzo a casa col virus, molti asintomatici, ma molti altri no. Le persone fragili e immunodepresse, quelle che non sono ancora riuscite ad avere la terza dose o, proprio perché a rischio, l’hanno avuta tra i primi, i bambini, soprattutto quelli sotto i 5 anni, per i quali non disponiamo ancora di un vaccino, sono ancora vulnerabili, molto vulnerabili. E non possiamo ancora sapere se, come accade con delta, anche dopo un’infezione poco grave con omicron possono seguire sindromi infiammatorie multisistemiche (MIS), danni cardiaci, forme di long covid invalidanti. Non lo sappiamo. Chi dice di saperlo, tira a indovinare. Speriamo che ci azzecchi, ma gioca con la vita di milioni di persone.

Il numero di contagiati è stratosferico, questa volta è veramente uno tsunami. Cosa accadrebbe se le complicanze già note per le altre varianti si verificassero anche dopo omicron? È uno scenario che nessuno se la sente di considerare. Quasi ovunque, con l’eccezione di Paesi come Cina e Nuova Zelanda, che continuano a perseguire la loro strategia #zerocovid, sembra si rimpalli il grido del “liberi tutti”. Dal Regno Unito alla Francia e all’Italia l’approccio sembra cambiato. Non si possono tracciare centinaia di migliaia di casi, non si possono mettere in quarantena i loro contatti, o la società si blocca. Anzi qualcuno propone già di lasciar circolare anche i positivi. Di più: non proviamo nemmeno a contarli. Non serve nemmeno preoccuparsi che portino il virus in ospedale, se non è per quello che sono ricoverati. Abbassiamo le armi, ci arrendiamo. Abbiamo i vaccini, obblighiamo chi non si è ancora vaccinato e farlo, e poi basta.

Negli Stati Uniti di Joe Biden, che pure sembra in linea con questo “new deal”, almeno si forniscono salvagenti alla popolazione travolta dall’acqua, inviando a tutte le famiglie gratuitamente test domestici e mascherine FFP2. Boris Johnson no, dopo aver messo a disposizione tamponi gratuiti per tutta la pandemia, ora dice stop. Anche in Italia, su pressione delle Regioni, sembra si sia deciso di credere allo scenario che dipinge omicron come un raffreddore. Pare che si debbano accettare le centinaia di morti che fa al giorno, più di un grosso terremoto quotidiano, e la sofferenza che comporta, sperando solo che non incrementi malattie croniche e disabilità. Se il governo non cambierà direzione, sembra chiaro che presto milioni di persone insofferenti alle regole di questi anni saranno pronti a stappare le bottiglie e festeggiare il loro tanto agognato “freedom day”, come si è fatto a luglio nel Regno Unito. Altri, però, che hanno fatto sacrifici e si sono imposti mille limitazioni per cercare di evitare l’infezione, a sé o ai loro cari, ora vedono vanificati i loro sforzi: “Nei prossimi mesi la prenderemo tutti, rassegnatevi”. E chi vuol bene a un grande anziano? Chi convive con un malato di cancro? Le famiglie di persone con disabilità? Pazienza. Arrangiatevi.

È questo il problema delle metafore, che se servono a spiegare un aspetto della realtà, poi portano con sé una serie di altri significati che non sempre le corrispondono. Se dallo tsunami non c’è tempo di scappare, forse (forse) si può provare a nuotare. Ma col mare, una volta che l’onda anomala si ritira, l’emergenza può dirsi passata, occorre solo portare i soccorsi e ricostruire. Altrettanto non si può dire del picco di un’ondata epidemica, quando comincia a rallentare la sua crescita, come stiamo vedendo in questi giorni. Il numero di nuovi casi da una settimana non cresce quasi più, ma anche i comportamenti delle persone, davanti alla prospettiva drammatica di un ritorno al peggio, alla luce di provvedimenti severi come l’obbligo vaccinale, si sono adeguati, limitando spostamenti e contatti. Lo raccontano anche le cronache delle grandi città.

Ora però c’è un nuovo contrordine, pare. Mentre si fanno ancora valere regole stringenti, si continua a raccontare, o a far credere, che la pandemia è finita, che i casi nei vaccinati sono solo raffreddori, che in fondo chi ha avuto il booster non si deve preoccupare troppo di contagiarsi. Altro che andare in tilt. Ormai ognuno pensa per sé, e per i suoi cari. Chi può si protegge e continuerà a decidere come e quanto esporsi. Ma insegnanti o altri lavoratori che non possono sottrarsi ad attività in presenza, anche ad altissima probabilità di contagio, non avranno più tutele. Se per età o patologie sono a rischio, dovranno vedersela con un virus lasciato libero di circolare. Se circolando liberamente produrrà nuove varianti, speriamo solo che abbiano davvero le caratteristiche di un raffreddore.

Che si dovrebbe fare, allora? Rispettare la popolazione, trattare i cittadini da persone adulte, dire le cose come stanno, distinguere quel che è certo da quel che non si sa, spiegare perché si prendono certi provvedimenti, sulla base di quale valutazione. E ciascuno se ne assume la responsabilità davanti al pubblico. Si chiama “accountability”. Una di quelle parole che, chissà perché, viene così difficile tradurre in italiano.