Si dice in Villa - “Coccarde gialle”: i medici di famiglia vogliono fare i dottori

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

Con uno stanziamento di 15 milioni di euro il Consiglio dei ministri ha rimediato la scorsa settimana alla precedente bocciatura, da parte del Senato, di un ristoro per le famiglie dei medici non convenzionati INAIL, cioè non dipendenti dal Servizio Sanitario Nazionale, e degli altri operatori sanitari deceduti per Covid-19. “È stata così sanata una grande ingiustizia” ha commentato il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli “per un fatto etico, prima ancora che economico”.

Il rifiuto di concedere questo riconoscimento era suonato come uno schiaffo a una categoria che dopo due anni di pandemia conta 370 vittime e migliaia di colleghi ammalati, anche in forma grave, alcuni dei quali portano ancora addosso le sequele di long covid o di un ricovero in terapia intensiva. Dopo aver tributato agli operatori sanitari in prima linea manifestazioni di solidarietà e cori dai balconi, dopo averli chiamati santi ed eroi, la decisione del Senato di bocciare questo subemendamento al Decreto legge “Proroga dello stato di emergenza” era infatti suonato come l’ultimo atto di una frattura tra i professionisti della salute e la politica che ha radici profonde.

La spaccatura riguarda in primo luogo i medici di famiglia, quelli che il deputato leghista Giancarlo Giorgetti definì nell’estate 2019 ormai inutili, pochi mesi prima che l’arrivo di SARS-CoV-2 mostrasse sulla pelle degli italiani quanto invece fossero indispensabili. "Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti?" aveva chiesto provocatoriamente l’oggi ministro per lo sviluppo economico in un intervento al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. "Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito".

I dati lo smentiscono. Come dimostra una recente indagine condotta nella primavera 2021, in piena pandemia, oltre il 77% degli italiani ha ancora fiducia nel proprio medico di medicina generale. Anche altre indagini confermano che sono un solido punto di riferimento per gran parte della popolazione, oltre che la fonte più attendibile di informazione e consigli. In un mondo di estrema frammentazione della pratica clinica, è anche l’unica figura in grado di tenere insieme i diversi problemi di salute di un individuo, spesso strettamente intrecciati a una dimensione psicosociale di cui lo specialista non può tener conto. “Attualmente un medico di Medicina Generale con 1.500 pazienti può avere in un anno fino a 15 mila contatti con gli assistiti e fare da 2.000 a 2.500 visite frontali” stima Maurizio Laffranchi, che pratica la professione a Milano.

Eppure i pregiudizi di Giorgetti sono molto condivisi, soprattutto a destra, e soprattutto in Lombardia, dove la medicina territoriale è stata progressivamente demolita da una serie di riforme ospedalocentriche. Basti pensare alle ripetute affermazioni dell’assessora lombarda alla salute Letizia Moratti, secondo cui il problema dell’assistenza primaria non sarebbe dato dalla cattiva organizzazione, dalla carenza di medici di famiglia e dal loro mancato ricambio generazionale, ma dal fatto che questi professionisti non lavorano abbastanza, certo non come gli ospedalieri, fino ad arrivare a dire che il loro impegno è di sole tre ore al giorno.

È vero tuttavia che c’è un luogo comune diffuso, secondo cui i medici di famiglia (da qualcuno ancora chiamati con l’espressione divenuta negli anni un po’ dispregiativa di “medici della mutua”) sarebbero ormai solo dei passacarte, meri esecutori materiali delle volontà degli specialisti, verso i quali tutt’al più sono in grado di indirizzare i pazienti, mentre il Servizio sanitario chiede loro di fare da barriera agli eccessi di spesa inappropriati richiesti da questi più “autorevoli” colleghi.

E così, come ha dichiarato in audizione al Consiglio regionale della Lombardia Tullia Mastropietro, che lavora in Val Brembana, una delle zone travolte dalla prima ondata pandemica, “su 36 medici di medicina generale a tempo determinato assunti a gennaio in provincia di Bergamo, 24 lasciano l'incarico il 28 febbraio perché è un lavoro ‘troppo brutto’. Siamo passati dall'assistere pazienti in insufficienza respiratoria al proprio domicilio, senza strumenti o possibilità di ricovero, ad occuparci di Green Pass, esenzioni, certificazioni per il rientro scolastico, prenotazione tamponi, aperture e chiusure quarantene e potrei andare avanti ancora per molto” si è lamentata la dottoressa, a nome dei 1.200 colleghi lombardi che si riconoscono nel neonato movimento delle “coccarde gialle”, un’iniziativa di categoria sganciata da appartenenze politiche e sindacali. “I compiti che ci sono chiesti non hanno nulla di clinico e potrebbero tranquillamente essere espletati da personale non sanitario. Invece le oltre 12 ore giornaliere passate davanti a terminali a gestire compiti meramente amministrativi si sono sommate alla frustrazione di non poter più veramente curare i nostri assistiti”. Vale la pena di continuare a riportare le sue parole, in cui molti lettori si riconosceranno: “Tutto ciò ha bruciato un vero capitale umano vocato all'assistenza e alla cura dei pazienti. Molti di noi per due anni sono stati praticamente senza ferie, senza interruzioni lavorative, senza di fatto - perché mancanti - poter reperire sostituti ed impiegati a fare un lavoro non clinico, senza indicazioni chiare, nella confusione più totale e con pazienti sempre più preoccupati e senza punti di riferimento. Pazienti spaventati e disorientati che ovviamente si rivolgevano a noi per qualsiasi dubbio burocratico, portando al collasso le nostre linee telefoniche ed impedendoci così di essere reperibili per i pazienti con problematiche sanitarie urgenti. Tutto questo ha portato al burnout di un'intera categoria professionale”.

Il colpo di grazia è arrivato tra fine dicembre 2021 e gennaio 2022, sotto l’effetto dell’ondata omicron che ha colpito in tutta Italia un numero di persone senza precedenti. Mentre i media festeggiavano il fatto che, nonostante la valanga di casi, grazie soprattutto all’alto tasso di vaccinazione nel nostro Paese e in parte alla minore virulenza della variante, il carico dei servizi ospedalieri restasse equivalente a quello dell’inverno scorso, i medici di famiglia erano sommersi dalle richieste di quei malati con forme lievi-moderate, simil-influenzali, che i grandi scienziati tendono a sottovalutare, ma che allarmano le famiglie, soprattutto mentre il conto delle vittime resta a livelli preoccupanti. A ciò si aggiungeva un ulteriore carico burocratico legato alla gestione pandemica, in un contesto di norme intricato e difficilmente applicabile per le quali i cittadini erano invitati a rivolgersi sempre al medico di medicina generale.

E quando si parla di “burocrazia” bisogna capire cosa si intende: se il medico non distoglie gli occhi dal computer e non ci guarda in faccia mentre parliamo è perché, in Lombardia, durante la visita deve interagire con cinque o sei portali diversi, con diversi sistemi di accreditamento, il tutto governato da un sistema spesso fuori servizio e basato, almeno in parte, su Internet Explorer, un browser così obsoleto da essere diventato protagonista di innumerevoli meme e che sarà comunque dismesso tra pochi mesi.

“Se il tema è particolarmente sentito in Lombardia per l'incredibile arretratezza dei sistemi informatici, l'ottimizzazione del lavoro del medico di famiglia, sfrondato di burocrazia e pratiche inutili è una questione di interesse nazionale” precisa Michele Usuelli pediatra neonatologo e consigliere lombardo per Più Europa. Ovunque poi il clima si sta infiammando, con migliaia di cittadini che restano senza assistenza mentre si pensa alla riorganizzazione dei servizi imposta dal PNRR, con la creazione in tutta Italia delle cosiddette case della salute. Che casella occuperanno i medici di famiglia? Conserveranno la loro autonomia o passeranno a essere dipendenti? E soprattutto, che ruolo occuperanno le strutture private, strettamente intrecciate alla politica regionale e nazionale, che a Milano stanno già sopperendo alle funzioni del Servizio sanitario nazionale, sempre più penalizzato dalle scelte della Regione?

In questi giorni in cui i nostri occhi sono pieni di terribili immagini di guerra, è difficile pensare ad altro. Ma il modo in cui il Consiglio regionale lombardo ha ignorato le proposte concrete e a costo zero avanzate dalle “coccarde gialle” per migliorare l’efficienza della medicina generale non deve passare nel silenzio, perché anche da qui passa la salvezza del Servizio sanitario nazionale, una ricchezza e un privilegio che troppo spesso diamo per scontati.