Si dice in Villa - Antivirali orali, l'EMA li approva ma i dati non sono pubblici

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

L’autorizzazione condizionata di EMA aggiunge Paxlovid, l’antivirale per bocca di Pfizer, agli strumenti a disposizione del medico di medicina generale che deve decidere come intervenire su pazienti positivi da pochi giorni, con malattia lieve o moderata che non richiede ossigeno, ma ad alto rischio di peggioramento.

La notizia non può che far piacere, soprattutto alla luce della straordinaria efficacia riferita da Pfizer nel suo comunicato stampa e riferita poi dall’agenzia europea: su un migliaio di pazienti ad alto rischio che avevano ricevuto la pillola entro 5 giorni dall’esordio dei sintomi, solo 8 hanno avuto bisogno di un ricovero superiore alle 24 ore, contro i 66 del gruppo di controllo. Tra questi pazienti che ricevevano un placebo  si sono registrati anche 9 decessi, mentre tra quelli trattati non si è verificato nessun caso infausto.

La disponibilità di farmaci orali efficaci può fare veramente da game-changer della pandemia: se in questo modo possono essere protette le persone a rischio, magari anche già vaccinate, le armi del virus ne risulterebbero veramente spuntate. C’è ancora la questione del costo, che si dice aggirarsi intorno ai 700-800 euro per un ciclo: con un virus che infetta ogni giorno quasi 200.000 nuovi individui la selezione dei casi che ne hanno davvero bisogno deve essere condotta con rigore, perché la cura sia sostenibile.

Ma col tempo i prezzi possono scendere, si possono negoziare. Se i dati comunicati all’agenzia dall’azienda saranno confermati, sempre a leggere i comunicati, la straordinaria efficacia del farmaco, associata anche a un alto profilo di sicurezza, potrebbero farci fare bingo.

Paxlovid, come si è già detto qui su Univadis Medscape, è costituito da due molecole, entrambe inibitori di proteasi: uno non ha ancora un nome, ma solo una lunga sigla, l’altro invece è una vecchia conoscenza, ritonavir, già usato in passato per contrastare l’infezione da HIV. Ritonavir, in realtà, non serve tanto a contrastare l’infezione, quanto ad aumentare la concentrazione nel sangue del medicinale con cui viene somministrato.  Ha un ruolo di “potenziamento farmacocinetico”, si dice, che esercita agendo sul citocromo P450, il grande metabolizzatore epatico di sostanze e medicinali, di cui rallenta l’attività. Meno farmaco viene smaltito dal fegato, più ne resta in circolo, a cacciare virus.

Ma P450 neutralizza anche molti altri farmaci, oltre a mediare altre reazioni importanti dell’organismo. Nell’usare questo medicinale, quindi, occorre prestare molta attenzione alle terapie che il paziente sta già prendendo, per evitare pericolose interazioni da cui possono derivare effetti collaterali potenzialmente letali. L’elenco dei farmaci di cui potrebbe aumentare la disponibilità è molto lungo, e comprende svariate categorie, dagli analgesici agli antiaritmici, dagli antidepressivi agli anticoagulanti. A scorrerle, sembra difficile che un paziente considerato “a rischio” non ne assuma nessuno.

Il vantaggio di avere un prodotto in pillola, che facilita la somministrazione e semplifica le procedure rispetto a remdesivir, di cui per ora è disponibile solo la formulazione per infusione, non deve quindi far prendere sotto gamba la terapia, che può essere somministrata solo su prescrizione medica, dopo un’attenta valutazione di pro e contro. Lo stesso vale per molnupiravir, l’antivirale di Merck, che nonostante un’efficacia molto meno eclatante, intorno al 30%, nella sola settimana dal 13 al 20 gennaio è già stato somministrato a oltre 1.600 pazienti. È importante non solo evitare le donne in gravidanza, o che potrebbero esserlo, ma anche ricevere dal paziente un consenso informato all’uso di un prodotto per il quale, a fronte di un vantaggio modesto, non si può escludere un’azione mutagena.

Molti hanno ancora perplessità sulla sicurezza dei vaccini, autorizzati solo dopo la pubblicazione di trial che hanno coinvolto decine di migliaia di persone. L’entusiasmo sembra invece unanime nei confronti di farmaci che, per il loro meccanismo d’azione, hanno senza dubbio molte più probabilità di rivelarsi pericolosi. La prudenza, oltre che da questo, dovrebbe essere richiesta anche dalla scarsità di dati disponibili. Per molnupiravir abbiamo qualche studio preliminare, e soprattutto la pubblicazione sul New England Journal of Medicine dei risultati del trial MOVe-OUT, che ha ridimensionato le aspettative dei dati raccolti ad interim, secondo i quali si sperava di dimezzare il rischio di ricovero e morte.

Di Paxlovid, invece, abbiamo solo le conclusioni di uno studio di fase 1, secondo il quale era sicuro e riusciva a raggiungere nel sangue dei volontari sani concentrazioni teoricamente sufficienti a neutralizzare il virus. Nulla, a oggi, che io sappia, sull’efficacia, affidata solo a dichiarazioni (e ai dati clinici forniti per via riservata a EMA).

EMA stessa ha dichiarato che i dati presentati per l’autorizzazione saranno presto messi a disposizione nel suo repository, e certamente sarà fatto. Ma che cosa ha impedito finora di pubblicarli su una rivista? Non sembra che finora Pfizer abbia avuto difficoltà a rendere noti i suoi dati. Dove è finita la revisione tra pari, la discussione da parte della comunità scientifica? Con tutta la fiducia che possiamo nutrire per le agenzie regolatorie, non si capisce perché ai farmaci debbano essere garantite scorciatoie negate (giustamente) ai vaccini. Mentre qualcuno chiede maggiore trasparenza nella pubblicazione dei dati grezzi su cui si basano le autorizzazioni di vaccini e farmaci anti-covid, noi ci accontenteremmo di vedere un paper da discutere, su cui ragionare.