Riders e lavoratori saltuari: il peso della "gig economy" sulla salute dei pazienti

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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“Il lavoro nella Gig Economy dovrebbe essere considerato un nuovo determinante sociale della salute”. Ne sono convinti gli autori di un articolo recentemente pubblicato su JAMA Cardiology, nel quale si mettono in evidenza aspetti positivi e negativi di questa nuova modalità di lavoro e il loro impatto sulla salute cardiovascolare.

Il termine “gig” deriva probabilmente dalla contrazione della parola inglese “engagement” e sin dagli inizi del ‘900 stava ad indicare appunto l’ingaggio di un gruppo musicale per una serata.

Oggi, usato in una accezione più ampia nell’espressione Gig Economy, questo termine indica tutti quei lavori non continuativi e quelle attività che permettono di guadagnare ma non hanno le garanzie legate in genere al cosiddetto “lavoro fisso”.

La pandemia di Covid-19 ha aumentato la richiesta di gig worker e ha costretto molte persone che avevano perso il lavoro a dedicarsi ad attività che rientrano a tutti gli effetti nella Gig Economy. La pandemia ha però peggiorato la condizioni di lavoro già precarie per circa il 70% di questi lavoratori, come si legge in un articolo pubblicato su Frontiers in Public Health.

E se da un lato questi impieghi garantiscono (o impongono?) a chi li svolge una maggior flessibilità, dall’altro accendono nuovi campanelli di allarme per la salute. Segnali che il medico deve conoscere, dato il costante aumento di questi lavoratori.
 

Nuove sfide per la salute

Il lavoro influenza la salute e il benessere, non è una novità. “Le condizioni lavorative di una persona rappresentano un fattore predittivo più forte del suo rischio di morte per malattia coronarica rispetto a qualsiasi fattore di rischio più noto e familiare” scrivevano oltre 30 anni fa Greg Rose e Michael Marmot sulla rivista Heart. Da allora il contesto lavorativo è sicuramente cambiato, ma l’impatto delle condizioni di lavoro sulla salute restano importanti anche nel caso della più moderna Gig Economy.

Come si legge nel già citato articolo su Frontiers in Public Health, i dati sull’impatto della Gig Economy sulla salute sono in realtà ancora scarsi, ma qualcosa è già emerso dai primi studi.

In particolare, la soddisfazione personale è correlata in modo negativo al gig work se questo rappresenta la principale fonte di reddito; negli altri casi la correlazione è invece positiva.

“La flessibilità di questi lavori procede mano nella mano con l’instabilità esistenziale: per esempio riduce altri aspetti della vita, complica le relazioni di coppia e la creazione di una famiglia” scrivono gli autori, ricordando che i gig worker si trovano ad affrontare alti livelli di stress lavorativo, di disequilibrio tra sforzo-ricompensa e di insicurezza lavorativa.

Tutte situazioni che sono state associate a un peggioramento della salute con aumenti del rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, decesso in chi soffre di malattie cardiovascolari, ipertensione e anche obesità. Questi disturbi insorgono sia a causa del tipo di professione svolta (per esempio la sedentarietà di chi guida un veicolo), ma anche alle modifiche allo stile di vita imposte dal lavoro (turni o orario lavorativo sempre diverso, distruzione dei ritmi sonno-veglia, eccetera).

Il medico dovrebbe quindi prestare attenzione ad alcuni segnali che possono indicare un peggioramento della salute in questi lavoratori, anche attraverso l’analisi di alcuni biomarcatori. Esistono infatti associazioni piuttosto forti tra stress lavorativo e variabilità della frequenza cardiaca, livelli lipidici alterati, incremento della pressione sanguigna, alterazioni del sistema immunitario, infiammazione e aumento del rilascio di cortisolo. In base ad alcuni più recenti marcatori epigenetici, sembra inoltre che lo stress lavorativo favorisca i processi di invecchiamento. Un altro aspetto da tenere in considerazione, oltre al rischio di depressione e burnout.

 

Chi sono i gig worker?

Semplificando un concetto molto complesso e aggiungendo una punta di pessimismo, potremmo dire che i gig worker sono i nuovi precari, un esercito di milioni di persone in tutto il mondo che svolge lavori saltuari, in genere pensati per “arrotondare” lo stipendio, ma che molto spesso diventano la principale se non l’unica fonte di reddito.

Rientrano quindi nel novero dei gig worker gli autisti di servizi come Uber, i rider che consegnano pasti e ogni altro bene a domicilio (diventati indispensabili nel corso della pandemia), ma anche chi affitta una stanza o un appartamento di sua proprietà, chi svolge saltuariamente lavoretti come per esempio traslocatore, baby sitter, dog sitter e altro ancora.

Da un punto di vista socio-demografico, la popolazione dei gig worker è molto eterogenea e diversa a seconda delle aree geografiche. In genere questi lavoratori sono giovani, anche se recentemente si sono aggiunti alla categoria anche lavoratori più avanti con gli anni, che magari hanno perso il lavoro a causa della pandemia o che vogliono arrotondare la pensione.

E sebbene non manchino i laureati, è comune incontrare tra i gig worker persone immigrate, magari con scarsa istruzione e conoscenza della lingua del paese in cui vivono.

 

La Gig Economy in Italia

Sono oltre 2,2 milioni gli italiani che dichiarano di guadagnare attraverso piattaforme digitali con vendita di prodotti, affitto o offerta di prestazioni lavorative vere e proprie. A questa terza categoria appartengono oltre mezzo milione di persone: 570.521 per la precisione, secondo i dati emersi dall’indagine “Lavoro virtuale nel mondo reale: i dati dell'Indagine Inapp-Plus sui lavoratori delle piattaforme in Italia”. Questi fanno parte

Come si legge nel report, questi lavoratori rappresentano l’1,3% della popolazione tra 18 e 74 anni e sono coinvolti in un gruppo molto eterogeneo attività, “dalla consegna di pacchi o pasti a domicilio allo svolgimento di compiti on line (traduzioni, programmi informatici, riconoscimento immagini), componendo un quadro del lavoro in piattaforma variegato che va oltre la rappresentazione che vede i lavoratori in piattaforma coincidere con i rider”.

E se nel 2018 il 49% dichiarava essenziale o importante il reddito derivante da questo tipo di lavoro, nel 2021 la percentuale è salita all’80%, con circa la metà degli intervistati che ha dichiarato di aver scelto una simile professione in mancanza di alternative.

Il 70% dei lavoratori ha un’età compresa tra 18 e 49 anni, e si sta registrando anche in Italia un aumento delle attività basate solo ed esclusivamente su web, che vedono il coinvolgimento di lavoratori più istruiti rispetto alle attività location-based, come la consegna a domicilio. “Tuttavia, circa il 17% di chi lavora per una piattaforma location-based ha una laurea o un titolo superiore, configurando un probabile effetto di sovra-istruzione di questi lavoratori” si legge nel report.

“Il quadro che si tratteggia ridimensiona fortemente il mito della sharing economy: un lavoro libero e indipendente, scelto unicamente per integrare il reddito” concludono gli autori.