Quando è la donna a chiedere il parto cesareo

  • Elena Riboldi — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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Messaggi chiave

  • Negli USA la percentuale di parti cesarei su richiesta materna è passata dall’1% nel 1999 all’1,62% nel 2015.
  • La richiesta viene avanzata più frequentemente da donne con precise caratteristiche sociodemografiche.
  • I parti cesarei su richiesta materna si associano a un aumentato rischio di eventi cardiovascolari, sepsi, morte e ricovero prolungato, ma a un rischio più basso di emorragia post-parto.

 

Uno studio che ha preso in esame oltre 13,7 milioni di parti avvenuti tra il 1999 e il 2015 negli Stati Uniti rivela un trend in deciso aumento per i parti cesarei su richiesta materna. Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Obstetrics & Gynecology, mette in luce le caratteristiche delle gestanti che più frequentemente ricorrono volontariamente all’intervento chirurgico e i rischi potenziali legati a questa scelta. Le informazioni emerse dallo studio sono utili per un sereno, ma attento confronto con le donne in attesa che preferirebbero evitare il parto naturale.

La percentuale di parti cesarei in generale è andata crescendo negli ultimi decenni, negli Stati Uniti, così come in Italia. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel nostro Paese la frequenza del parto cesareo è passata dall’11,2% nel 1980 al 33,2% nel 2000, un valore molto più elevato rispetto a quello registrato negli altri paesi europei. I motivi sono sicuramente molteplici e tra questi ci può essere il fatto che sia aumentata la percentuale di gestanti che chiede al proprio ginecologo di partorire col taglio cesareo. Lo studio americano è stato disegnato per vagliare questa possibilità e per fare luce sulle situazioni e sugli esiti in cui si ricorre al cesareo elettivo non clinicamente giustificato.

Sono stati analizzati i dati raccolti in un database nazionale in cui confluiscono ogni anno gli estremi relativi a più di sette milioni di ricoveri. Gli autori dello studio hanno creato un algoritmo, basato sulla classificazione internazionale delle malattie (ICD-9), per individuare le pazienti che sono state sottoposte a taglio cesareo in assenza di indicazioni materne o fetali.

Su 13.698.835 parti avvenuti tra il 1999 e il 2015, 228.568 sono stati identificati come parti cesarei su richiesta materna. La percentuale è significativamente aumentata nel tempo, passando dall’1% nel 1999 all’1,62% nel 2015.  La probabilità di partorire secondo questa modalità era più alta per le donne con più di 35 anni, con reddito più elevato e con un’assicurazione medica privata. “Il parto cesareo su richiesta materna era maggiormente diffuso tra donne con precise caratteristiche demografiche – sottolineano gli autori – il che indica che l’opzione del parto cesareo su richiesta materna potrebbe essere più allettante o proposto con maggior frequenza a una certa popolazione di donne”.

Il parto cesareo su richiesta materna si associava a un rischio più alto di tromboembolismo venoso (OR 1,9 [95%CI 1,8-2,0]), infarto del miocardio (OR 6,3 [3,8-10,4), sepsi (OR 5,6 [4,7-6,6]), coagulazione intravascolare disseminata (OR 2,9 [2,3-2,7]), morte (OR 14,5 [11,4-18,6]) e ricovero ospedaliero prolungato (OR 4,9 [4,8-5,1]). Al contrario, il rischio di emorragia post-parto era più basso di quello registrato tra e donne che non avevano partorito col taglio cesareo per scelta (OR 0,7 [0,7-0,7]).

“Anche se il rischio complessivo di eventi avversi è basso per le singole nascite, gli effetti di popolazione possono determinare un aumento della morbilità e della mortalità – sottolineano gli autori dello studio, che concludono – Il tasso di parti cesarei su richiesta materna andrebbe monitorato a livello nazionale”. Si tratta di un monitoraggio che al presente pone però delle difficoltà oggettive, difficoltà che potrebbero essere facilmente superate introducendo un codice specifico per i parti cesarei su richiesta materna.