Polmoni vivono 30 ore fuori dal corpo, 'prima mondiale' a Milano


  • Adnkronos Salute
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

Milano, 20 mar. (AdnKronos Salute) - Dal Policlinico di Milano dicono che è "il primo caso al mondo": con una tecnica innovativa un'équipe di esperti è riuscita a far sopravvivere uno degli organi più delicati, i polmoni, per più di 30 ore fuori dal corpo, quando normalmente possono resistere al massimo 6-8 ore in attesa di essere trapiantati. Il traguardo raggiunto nel capoluogo lombardo, di cui oggi gli specialisti dell'Irccs di via Sforza danno notizia, vede come protagonista di una storia a lieto fine un giovane paziente colpito da un'insufficienza respiratoria terminale legata alla fibrosi cistica, che nel febbraio scorso ha ricevuto due polmoni nuovi e oggi "è potuto tornare a vivere una vita praticamente normale", riferiscono i medici.

Al suo caso gli esperti hanno applicato il nuovo percorso che ha permesso di "triplicare" la resistenza degli organi da trapiantare. Dopo il prelievo scatta una corsa contro il tempo: i minuti sono letteralmente contati soprattutto se si tratta dei polmoni, i primi a deteriorarsi quando il cuore del potenziale donatore smette di battere. La tecnica messa in campo al Policlinico aprirebbe la strada a una nuova possibile fonte di organi, rendendone candidabili sempre di più per la donazione. Una via che potrebbe di conseguenza accorciare anche le liste d'attesa. Il primato mondiale l'ospedale milanese lo ha ottenuto combinando le classiche tecniche di raffreddamento a procedure per 'ricondizionare' e preservare l'organo.

Per spiegare la strategia adottata gli esperti fanno un passo indietro, a quando il giovane paziente ha ricevuto i due 'polmoni highlander'. L'intervento che si prospettava per lui era di per sé usuale per quello che è un centro di riferimento nazionale per la patologia, con "una delle più alte casistiche per il trapianto di polmoni d'Italia (31 interventi nell'ultimo anno su un totale di circa 140 a livello nazionale)", spiegano dalla struttura. La particolarità sta in due fattori strettamente connessi: il primo è che il donatore, un uomo cinquantenne, era "a cuore non battente di tipo non-controllato o inatteso", una modalità che in Italia è ancora poco utilizzata; il secondo è che i polmoni non potevano essere trapiantati subito e questo ha costretto gli specialisti a una corsa contro il tempo per evitare che si deteriorassero.

I donatori d'organo 'classici', chiariscono gli specialisti del Policlinico, sono quelli deceduti in ospedale nelle terapie intensive. La loro è una morte cerebrale: il cuore continua a battere, mantenendo vitali gli organi finché al prelievo. Le cose si complicano quando il donatore è a cuore non battente, in particolare se la morte avviene in modo inatteso. Nel caso presentato dall'Irccs, l'uomo che poi è diventato il donatore ha avuto un arresto cardiaco improvviso in casa ed è stato soccorso con la rianimazione cardio-polmonare avanzata. Le manovre per salvarlo (e per continuare a far arrivare sangue e ossigeno al cervello e agli altri organi) sono proseguite finché in ospedale non si è constatato il decesso.

Anche in quel momento però non è stato ancora possibile prelevare gli organi, nonostante il consenso alla donazione: per legge è necessario attendere ulteriori 20 minuti durante i quali l'elettrocardiogramma deve confermarsi piatto. Un lasso di tempo in cui però gli organi possono deteriorarsi perché non ricevono più il sangue e l'ossigeno necessari. Ulteriore punto debole di questo percorso è che di solito non si conosce a priori la persona che diventerà donatore, e quindi non si può sapere se ha determinate patologie né qual è la sua storia clinica. "Aspetti fondamentali - spiega Mario Nosotti, direttore della Chirurgia toracica e trapianti di polmone - perché quando trapiantiamo un organo non possiamo assolutamente rischiare di trasferire al ricevente anche un'eventuale patologia di cui soffriva il donatore".

Per questo servono analisi approfondite, che richiedono diverse ore. La soluzione messa in campo dagli esperti ha sfruttato una tecnica chiamata Evlp (Ex vivo lung perfusion): una speciale macchina simile a una campana di vetro fornisce ai polmoni l'ossigeno e i nutrimenti per sopravvivere. I polmoni sono stati prelevati, raffreddati per circa 3 ore, per poi essere valutati e ricondizionati in Evlp per oltre 18 ore. Terminate le indagini anatomo-patologiche, con in mano il responso positivo dei test ("polmoni sani e trapiantabili"), il paziente ha potuto ricevere gli organi dopo ulteriori 10 ore di raffreddamento. Guadagnando, in tutto, oltre 30 ore preziose.