Perché in Zimbabwe ho assistito a una delle migliori campagne di sensibilizzazione vaccinale

  • Silvia Sironi
  • Uniflash
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Questo articolo è parte del diario di bordo della mia visita con il United Nations World Food Programe a Vaxiglobal, ​​start-up dello Zimbabwe, vincitrice del Kofi Annan Award for Innovation In Africa. La start-up utilizza una app per telefoni cellulari per scansionare i volti dei pazienti e creare certificati vaccinali digitali in grado di contrastare le frodi vaccinali e risolvere il problema di milioni di africani non vaccinati perché senza una carta d'identità o libretto vaccinale.

 

Harare, Zimbabwe – 21 novembre 2022

Ore 08:00. Il dottor Tinotenda Simemeza, presidente di Vaxiglobal, arriva puntuale a prenderci al nostro hotel al centro della capitale. Ci aspettano due lunghe ore prima di arrivare all’Howard Hospital, situato ad ottanta chilometri a nord di Harare: l'ospedale è il centro di riferimento per il distretto di Mazowe della provincia centrale del Mashonaland e ha una popolazione di utenza superiore a 250.000 persone.

Il motivo della nostra visita è la presentazione di Vaxiglobal a 50 Village Leaders della comunità, durante una campagna di sensibilizzazione vaccinale.

Arrivati all’Howard Hospital, il dottor Brian L Munakira ci accoglie nel piazzale sterrato e ci porta nella sala dove sono già riuniti i capi villaggio. La sala è aperta su tre lati e al suo interno ci sono i 50 partecipanti seduti su altrettante sedie in plastica colorata, distanziate le une dalle altre; tutti indossano una mascherina chirurgica, nonostante la stanza sia praticamente all’aperto.

Sul lato sinistro ci sono i 4 preti della comunità vestiti con la divisa della Salvation Army, movimento internazionale evangelico; io mi siedo in ultima fila insieme ai miei colleghi di WFP e i dottori di Vaxiglobal, mentre Munakira introduce i presenti. Ci sono donne e uomini: village leaders, preti, capi religiosi e altri medici, le figure più importanti della comunità. Uno dei preti prende la parola e inizia con una preghiera a cui tutti si uniscono chinando il capo, io faccio lo stesso. A preghiera finita, il dottor Munakira dà inizio alla campagna.

Fin da subito si percepiscono la sua sensibilità e le sue doti di comunicatore: si pone alla pari coi presenti ricordando che siamo tutti portatori di conoscenza e che solo insieme, condividendo le nostre esperienze, avremo modo di vincere ogni battaglia. Ribadisce che il motivo della riunione è “to learn from each other”, imparare gli uni dagli altri: lui condividerà le proprie conoscenze in ambito medico e vaccinale, e i capi villaggio condivideranno le paure e le preoccupazioni che frenano le proprie comunità dal vaccinarsi. Non solo, ricorda ai capi villaggio la loro responsabilità: riportare quanto appreso una volta tornati a casa, convincendo gli indecisi a vaccinarsi per il bene di tutta la comunità.

Munakira chiede ai presenti cosa si ricordano dell’inizio della pandemia. Chiudo gli occhi e per un attimo, ascoltando le risposte, mi sembra di essere in Italia: mancanza di contatti, impossibilità di visitare i propri familiari, impossibilità di andare ai funerali dei propri famigliari, questi alcuni dei commenti.

Parla per circa 15 minuti, durante i quali spiega con esempi concreti perché i vaccini hanno permesso di salvare  milioni di vite, non solo durante la pandemia ma anche prima, e perché sono  stati fondamentali per debellare alcune malattie, ricordando che, nonostante lo Zimbabwe sia considerato Polio-free, la recente ricomparsa di poliomielite in Malawi e Mozambico richiede il ritorno alle vaccinazioni di tutti i bambini con meno di 5 anni.

Finita la parte scientifica, inizia la parte spirituale.

Il prete torna sul “palco” e parla di come all’interno della Chiesa ci sono molti dibattiti sull’argomento vaccini: alcuni sacerdoti pensano che le malattie siano una decisione divina, e che sarebbe irrispettoso provare a sconfiggerle. La sua opinione però è molto chiara e la argomenta partendo da una lettura della Bibbia: “è Dio stesso, infatti, che ci ricorda che solo la conoscenza ci libererà dal male e ci permetterà di sopravvivere”. Termina la sua presentazione con un’altra preghiera che segna il passaggio a uno spazio di condivisione: viene chiesto ai presenti di riportare le principali motivazioni che spingono i membri della propria comunità a non vaccinarsi.

Il primo ad alzarsi è un leader religioso, che con estrema umiltà decide di raccontare la sua storia: poche settimane dopo l’arrivo dei vaccini, ha ricevuto un messaggio su Whatsapp che spiega che la popolazione mondiale sta aumentando a dismisura, e che i vaccini sono un mezzo per uccidere gli Africani che sovrappopolano il pianeta. Preso dalla paura, ha deciso di non vaccinarsi, ma poco è stato colpito dal Covid e ricoverato all’Howard Hospital. Solo a quel punto si è reso conto di come la vera salvezza risiedesse proprio nella vaccinazione. Alla ricerca di rassicurazioni, durante la sua degenza ha chiesto al dottor Munakira se lui si fosse vaccinato: alla risposta positiva, ha deciso anche lui di ricevere la vaccinazione il prima possibile.

La seconda persona ad alzarsi è una leader di villaggio: nella sua comunità c’è una setta religiosa molto forte e presente, i cui capi predicano che le malattie sono un dono divino, e che qualsiasi cosa interceda tra Dio e la malattia è diabolico. Non sa cosa fare con queste persone, e ha scoperto che in realtà alcuni leader della setta sono vaccinati nonostante predichino il contrario.

Queste sono solo due delle testimonianze, sempre seguite da una rassicurazione e da un consiglio sia da parte del medico sia da parte del prete di comunità, a volte intervallate da altri interventi dei presenti sempre volti ad aiutare o sostenere.

Ore 14:00. Si rientra ad Harare. Sulla via del ritorno, mentre guardo il verde paesaggio dello Zimbabwe, rifletto sulla mattinata. Credo di aver assistito a una delle migliori campagne di sensibilizzazione vaccinale da quando ho mosso i primi piedi nel mondo della comunicazione della scienza: la creazione di uno spazio sicuro, dove potersi aprire senza paure, senza giudizio; la presa di coscienza che l’essere umano non è solo raziocinio, ma anche spiritualità e comunità; la presenza di un medico e di un prete, alleati; i capi villaggio come punto di accesso a una comunità più ampia all’interno della quale sono stimati e ascoltati.

I medici di Vaxiglobal sono soddisfatti, sono riusciti anche loro a spiegare l’importanza della loro soluzione e i benefici che la popolazione ne può trarre. Mi domando a questo punto se sia possibile utilizzare questo modello anche nei nostri ospedali o nelle nostre comunità. Forse no, perché il tempo scorre troppo veloce, i medici sono pochi, le risorse anche. O forse si, se solo iniziassimo a cambiare priorità e visione?