Perché un anziano sano non dovrebbe prendere l’aspirinetta

  • Elena Riboldi
  • Uniflash
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Ictus ed emorragia, sono questi i temuti eventi in gioco quando si parla di aspirina a basso dosaggio in prevenzione cardiovascolare primaria. Secondo un’analisi secondaria di uno studio randomizzato che ha coinvolto oltre 19.000 soggetti, negli anziani sani con l’aspirina a basso dosaggio non si riesce a prevenire l’ictus ischemico, ma si va invece ad aumentare significativamente il rischio di sanguinamento intracerebrale. Il bilancio rischio/beneficio in questa popolazione è quindi negativo. Il nuovo dato supporta le linee guida della US Preventive Services Task Force (USPSTF) che sconsigliano la prescrizione indiscriminata dell’aspirina a basso dosaggio, specialmente negli anziani.

 

Cosa dice lo studio ASPREE

Alcuni ricercatori dell’Università di Melbourne (Australia) e della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem (USA) hanno preso in esame i dati dello studio ASPREE (Aspirin in Reducing Events in the Elderly), il più grande studio randomizzato sull’uso dell’aspirina a basso dosaggio nelle fasce anziane della popolazione. I partecipanti allo studio (n=19.114), di età ≥70 anni, senza preesistenti malattie cardiovascolari o cerebrovascolari (fibrillazione atriale, ictus, attacco ischemico transitorio o infarto del miocardio), erano stati randomizzati per ricevere aspirina (100 mg) o placebo. Il follow-up mediano era stato di 4,7 anni (IQR 3,6-5,7). L’esito primario dello studio, la sopravvivenza libera da disabilità (disabilità fisica e demenza), non era risultato diverso nel gruppo aspirina e nel gruppo placebo.

Nella nuova analisi ci si è concentrati su ictus ed eventi emorragici. L’aspirina non ha prodotto una riduzione statisticamente significativa nell’incidenza dell’ictus ischemico (HR 0,89 [95%CI 0,71-1,11). Nel gruppo assegnato all’aspirina è stato però osservato un aumento significativo nel sanguinamento intracranico (1,1% contro 0,8%, HR 1,38 [1,03-1,84]). L’aumento delle emorragie subdurali, extradurali e subaracnoidee, considerate tutte insieme, era più alto con l’aspirina che col placebo (0,6% contro 0,4%; HR 1,45 [0,98-2,16]). L’ictus emorragico ha interessato lo 0,5% dei partecipanti assegnati all’aspirina e lo 0,4% dei partecipanti assegnati al placebo (HR 1,33 [0,87-2,04]). 

 

No alla cardioaspirina per tutti

“Le caratteristiche cliniche delle persone anziane includono un’intrinsecamente aumentata suscettibilità all’emorragia, che si può associare a un’aumentata fragilità dei vasi di piccolo calibro – sottolineano gli autori dell’analisi – In più, gli anziani sperimentano una maggiore predisposizione a traumi maggiori o minori come risultato di cadute o altri incidenti”. Questi fattori influenzano l’equilibrio rischio-beneficio delle terapie antiaggreganti e ciò può essere particolarmente vero per coloro che presentano un basso rischio cardiovascolare.

“Il principale riscontro di quest’analisi secondaria di uno studio clinico randomizzato era un aumento negli eventi emorragici intracerebrali che, in termini assoluti, superavano una più piccola e non significativa riduzione negli ictus ischemici – sintetizzano – La mancanza di beneficio e i potenziali rischi nella prevenzione primaria dell’ictus forniscono un’ulteriore evidenza a supporto della raccomandazione dell’USPSTF, recentemente pubblicata, contro la prescrizione di routine dell’aspirina a basso dosaggio come misura di prevenzione primaria, specialmente nelle persone anziane”.

Cloud e colleghi aggiungono due considerazioni sulla terapia antiaggregante in prevenzione primaria. “I nostri risultati indicano cautela anche riguardo all’inclusione dell’aspirina in una polipillola per prevenire la malattia cardiovascolare in anziani e adulti sani – e infine – Le nuove terapie antipiastriniche come clopidogrel, ticagrelor o pasugrel non sono state studiate nel setting della prevenzione primaria e non dovrebbero essere ancora considerate come alternativa all’aspirina per questa indicazione”.