Parto in acqua, è davvero meglio?

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • L’immersione in acqua durante il travaglio porta benefici a mamma e neonato.
  • Studi futuri potranno identificare con maggiore chiarezza le migliori pratiche di travaglio/parto in acqua tenendo conto di fattori, legati alla madre o alla struttura, che possono influenzare gli esiti finali.

Secondo una revisione della letteratura pubblicata su BMJ Open, immergersi in acqua durante il travaglio di parto ha un effetto positivo per la mamma e il bambino, in particolare quando questo avviene in unità di ostericia dove sono presenti anche medici. “L’immersione in acqua in apposite vasche per rilassarsi e lenire il dolore durante il primo e a volte anche il secondo stadio del travaglio è un’opzione sempre più comune in diversi paesi” spiegano gli autori dello studio, guidati da Ethel Burns, della Oxford Brookes University di Oxford (Regno Unito), primo nome dello studio. “Questa pratica viene richiesta e utilizzata soprattutto da donne sane, con gravidanza a termine e intenzionate a partorire in un contesto gestito da ostetriche” aggiungono, ricordando che molte donne, oltre al travaglio, scelgono anche il parto in acqua.

Nonostante la loro crescente popolarità, restano dubbi sulle pratiche di immersione in acqua e in particolare sulla sicurezza del parto in acqua, ragione per la quale Burns e colleghi hanno portato avanti una revisione della letteratura con successiva metanalisi che ha permesso di includere nella revisione 36 studi per un totale di oltre 157.500 partecipanti.

Come si legge nell’articolo, la maggior parte degli studi inclusi nella revisione (31 su 36; n=70.393) riportavano dati ottenuti in un contesto con presenza anche di ginecologi, mentre quattro in contesti gestiti da ostetriche (n=61.385) e uno in un contesto misto (unità di ostrericia e parto in casa; n=25.768).

“L’obiettivo primario del nostro studio era valutare l’impatto dell’immersione in acqua sulle diverse procedure intraparto rispetto a quanto osservato in un parto tradizionale, senza immersione in acqua” ricordano gli autori.

E a conti fatti il parto in acqua ha permesso di ottenere riduzioni significative di uso dell’epidurale (OR 0,17), iniezione di oppiacei (OR 0,22), episiotomia (OR 0,16), dolore materno (OR 0,24) ed emorragia post-partum (OR 0,69).

L’acqua ha aumentato la soddisfazione delle mamme (OR 1,95) e le probabilità di mantenere intatto il perineo (OR 1,48). Unico aspetto potenzialmente preoccupante è l’aumento del rischio di rottura del cordone ombelicale associato al parto in acqua (OR 1,94). “Questo rischio resta comunque molto basso: 4,3 vs 1,3 per 1.000 parti” rassicurano Burns e colleghi che non hanno osservato altre differenze negli esiti neonatali tra il parto in acqua e quello “tradizionale”.

“L’immersione in acqua porta benefici per mamma e neonato se eseguita in unità di ostericia e rappresenta un intervento low-tech per migliorare la qualità delle cure e la soddisfazione delle partorienti” concludono i ricercatori, sottolineano però che, pur essendo low-tech, le tecniche di immersione in acqua sono complesse e ricche di sfumature.