Onda, 80% operatori sanitari testimoni di casi violenza fisica o verbale


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Roma, 1 ott. (Adnkronos Salute) - Otto operatori sanitari su 10 hanno subito o assistito ad almeno a un episodio di violenza in ambito ospedaliero. Lo evidenzia una ricerca di Fondazione Onda, l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, svolta con la collaborazione di Elma Research, all'interno del progetto 'Gli stereotipi di genere in sanità: un percorso culturale' e dell’iniziativa di Regione Lombardia 'Progettare le parità in Lombardia 2019'. Lo studio è stato realizzato su un campione di 893 figure ospedaliere provenienti dalle principali Asst lombarde.

È emerso che gli episodi di violenza sono prevalentemente verbali sia per le donne (79%) che per gli uomini (74%) da parte principalmente di pazienti (54%), famigliari dei pazienti (39%), caregiver (33%) e anche di colleghi di grado superiore (28%). Non mancano gli episodi di violenza fisica sia nei confronti degli uomini (29%) sia delle donne (18%), scatenati principalmente dall’agitazione della persona (55%), da problemi psichiatrici (44%) e dalla percezione di una mancata assistenza (27%).

Cosa provoca tutto questo agli operatori sanitari? Frustrazione e senso di impotenza dominano il pensiero delle donne; rabbia, disagio, disgusto e odio sono le emozioni percepite dagli uomini. Subire questi episodi di aggressione fisica ha portato a percepire il luogo di lavoro meno sicuro per una persona su 2, a sminuire il proprio valore professionale e la propria attività ed efficienza lavorativa per 1 persona su 4. Infatti, circa il 50% dei medici è interessato a dei corsi di formazione per imparare a saper gestire la violenza, soprattutto chi ha già avuto episodi violenti sia fisici che verbali. I dati dell’indagine sono stati presentati durante il IV Congresso nazionale di Fondazione Onda, e hanno fornito la base per la stesura di un Manifesto, che sintetizza le buone pratiche e le raccomandazioni per istituzioni, ospedali, società scientifiche, mondo accademico e alle associazioni pazienti per aumentare la sicurezza degli operatori sanitari.

Tra le linee guida suggerite, il potenziamento dei sistemi di sicurezza e sorveglianza, la promozione di campagne informative di educazione e prevenzione, la creazione di uno sportello per la mediazione e il supporto psicologico, le attività formative per gli operatori, la garanzia di uno stipendio adeguato e condizioni di lavoro più eque e la tutela delle donne che rientrano dalla maternità.

"Pregiudizi di genere e violenza sul posto di lavoro - dichiara Francesca Merzagora, presidente Fondazione Onda - sono le dinamiche più comuni rilevate nei 6 ospedali lombardi partner di questo importante progetto regionale che vuole offrire indicazioni e suggerimenti per superare il bias di genere in sanità sensibilizzando le direzioni ad attivare pratiche virtuose a tutela del proprio personale. La recente approvazione da parte del Senato del disegno di legge 867 costituisce un primo importante passo in avanti per salvaguardare la sicurezza degli operatori sanitari in prima linea più che mai in questo difficile periodo storico".

Dalla survey, inoltre, è emerso che, anche in sanità, la differenza di genere nel mondo del lavoro è una tematica ricorrente e rimasta irrisolta. Uno degli aspetti più critici è saper conciliare famiglia e lavoro: se oltre la metà dei papà nel mondo sanitario non ha nessun timore di demansionamento a seguito della genitorialità, per le donne, medico, infermiera o comunque professioniste della salute che operano in ospedale, non si può dire lo stesso.

Benché il 70% degli intervistati dichiari che il proprio sesso non li abbia penalizzati nella crescita professionale e nelle mansioni svolte, il 44% delle donne, nel momento in cui hanno deciso di avere figli, sono state assalite da ansie e paure temendo per il proprio posto di lavoro. Tornate al lavoro, a conferma di quei timori, il 40% ha ritenuto la propria situazione lavorativa mutata. Penalizzazione della crescita professionale, turni, mansioni svolte e salario, situazione percepita soltanto dal 14% dei papà.