Non aderenza alla terapia antipertensiva come causa di accesso in pronto soccorso


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SIIA Societa' Italiana dell'Ipertensione Arteriosa

Non aderenza alla terapia antipertensiva come causa di accesso in pronto soccorso

A cura di Barbara Citoni, Vivianne Presta, Giuliano Tocci,
Centro per la Diagnosi e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa, UOC di Cardiologia, Facoltà di Medicina e Psicologia, Università di Roma Sapienza, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma, Italia; e-mail: giuliano.tocci@uniroma1.it

Un recente documento di consenso della European Society of Cardiology (ESC) e della European Society of Hypertension (ESH) ha rivisto i criteri per la definizione delle cosiddette “crisi ipertensive”, stabilendo che siano denominate “urgenze ipertensive” quelle condizioni caratterizzate da un aumento marcato dei valori pressori (oltre 180/110 mmHg) in assenza di segni acuti di danno d’organo, mentre siano denominate “emergenze ipertensive” le condizioni in cui l’aumento dei valori pressori sia associato alla comparsa di segni acuti di danno d’organo. In quest’ultimo caso, le manifestazioni cliniche possono comprendere patologie acute come infarto del miocardio, sindromi coronariche acute, ictus o emorragia cerebrale, dissecazione aortica, insufficienza renale acuta e gestosi.

Tale distinzione è di fondamentale importanza sia da un punto di vista diagnostico che terapeutico, dal momento che la gestione clinica delle urgenze ipertensive è nella maggior parte dei casi basata sulla osservazione clinica e sull’esecuzione di misurazioni ripetute della pressione arteriosa in assenza di somministrazione di farmaci, mentre nel caso delle urgenze ipertensive è richiesto il trattamento farmacologico e non farmacologico immediato della concomitante patologia acuta. In entrambe i casi è, peraltro, raccomandata la riduzione graduale dei valori pressori senza necessità di perseguire rapidamente il raggiungimento degli obiettivi pressori raccomandati.

Indipendentemente dalla definizione, i ricoveri presso il pronto soccorso riconducibili all’ipertensione arteriosa registrati negli ultimi anni sono in constante aumento anche in Italia. Tale aumento comporta non solo l’occupazione del posto letto in area critica, ma anche un notevole impiego di risorse economico-sanitarie per gli accertamenti diagnostici e l’ottimizzazione terapeutica di questa tipologia di pazienti.

Sulla base di tali considerazioni, diversi studi sono stati condotti per identificare i fattori potenzialmente in grado di predirre l’accesso in pronto soccorso per urgenza/emergenza ipertensiva, al fine di contenere la spesa sanitaria e ridurre il numero di ospedalizzazioni per ipertensione. Nell’ambito di tali fattori sono stati individuati alcuni elementi, tra cui il sesso femminile, l’obesità, la presenza di cardiopatia ipertensiva o ischemica, l’impiego di terapie farmacologiche complesse (politerapia) e l’abuso di sostanze stimolanti o di farmaci anti-infiammatori o cortisonici.

Un recente studio ha sottolineato l’importanza di un altro elemento potenzialmente coinvolto nella genesi dei fenomeni che possono portare alla comparsa di urgenze/emergenze ipertensive[1]. Tale studio, infatti, ha valutato l’aderenza al trattamento farmacologico prescritto mediante determinazione diretta sul campione delle urine in una coorte di (n=100) pazienti adulti afferenti al pronto soccorso per “crisi ipertensiva” nel periodo compreso tra ottobre 2014 e giugno 2015. Di questi, solo 16 pazienti hanno presentato una condizione di emergenza ipertensiva, avendo gli altri ricevuto una diagnosi di urgenza ipertensiva con valori di pressione arteriosa media all’ingresso pari a circa 200/105 mmHg.

Al momento dell’inclusione nello studio, la quasi totalità (86%) dei pazienti è risultata essere in trattamento farmacologico ed una percentuale simile si è dichiarata essere aderente alla terapia farmacologica antipertensiva prescritta.

Nel gruppo di pazienti trattati in cui è stato possibile eseguire correttamente l’esame delle urine (n=62), il 24% è risultato essere non aderente alla terapia ed il 36% parzialmente aderente alla terapia farmacologica prescritta. Ne consegue, quindi, che oltre la metà dei soggetti che si sono rivolti al pronto soccorso a causa dell’ipertensione arteriosa (e che si è dichiarata “completamente aderente alla terapia”) è risultata essere non aderente alla terapia farmacologica antipertensiva. Fattori correlati alla non aderenza sono risultati essere una storia di ipertensione di più lunga data, un numero maggiore di compresse ed un numero maggiore di farmaci.

Sebbene tale studio abbia incluso un numero relativamente basso di pazienti e non abbia fornito dati prospettici sul rischio di eventi cardiovascolari maggiori nei soggetti non aderenti rispetto a quelli aderenti alla terapia farmacologica antipertensiva, esso fornisce ugualmente alcuni spunti interessanti di riflessione sulla necessità di mantenere nel tempo un efficace controllo dei valori pressori entro i limiti raccomandati attraverso la semplificazione del trattamento farmacologico antipertensivo e l’uso sempre più esteso di terapie di associazione in singola pillola, come raccomandato dalle recenti linee guida ESC/ESH 2018 sull’ipertensione arteriosa. Tale approccio, infatti, ha dimostrato non solo di essere efficace e sicuro nella riduzione dei valori pressori sistolici e diastolici, ma soprattutto nel garantire un elevato livello di aderenza alla terapia farmacologica prescritta.

Bibliografia
 Wallbach M, Lach N, Stock J, Hiller H, Mavropoulou E, Chavanon ML, et al. Direct assessment of adherence and drug interactions in patients with hypertensive crisis-A cross-sectional study in the Emergency Department. J Clin Hypertens (Greenwich) 2019;21(1):55-63.

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