No welfare aziendale e disparità fra Regioni, visione ex ministri


  • Adnkronos Salute
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

Milano, 29 nov. (AdnKronos Salute) - Il Servizio sanitario nazionale ha 40 anni. Era il 1978 quando è stato istituito con la legge 833. Uno sguardo privilegiato su come è cambiato in questi decenni è quello dei protagonisti che si sono succeduti al governo della sanità dagli anni '80 in poi, gli ex ministri della Salute. Dai quali arriva oggi un monito su quelle che ai loro occhi sono criticità da affrontare al più presto "per non smarrire per strada i principi fondanti" della sanità italiana e affrontare le nuove problematiche che caratterizzano i tempi odierni.

I temi su cui Francesco De Lorenzo, Rosy Bindi, Girolamo Sirchia, Renato Balduzzi e Beatrice Lorenzin accendono i riflettori sono diversi. L'occasione è oggi a Milano il convegno di presentazione del rapporto Oasi (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano) 2018 da parte del Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell'assistenza sanitaria e sociale) Bocconi. Presentazione che quest'anno i promotori hanno scelto di accompagnare a un focus sui 40 anni del Ssn, che condivide lo stesso 'compleanno' con il Cergas. Se Bindi mette in guardia sui rischi connessi alla tentazione di introdurre un doppio finanziamento per il Ssn e si esprime in maniera critica sulla tendenza emergente ad affidarsi troppo al welfare aziendale, Sirchia invita con forza ad affrontare "i diversi elementi di iniquità che oggi sono riapparsi", dalle disparità tra diverse aree del Paese ai ticket.

Mentre De Lorenzo chiede attenzione a nodi come quello della "spesa per il sociale che sta diminuendo" e dell'assistenza domiciliare che manca per molti malati. E non mancano i consigli all'attuale ministro della Salute, Giulia Grillo, dagli ex titolari del dicastero di Lungotevere Ripa. "Non abbia paura di governare la sanità", è il suggerimento di Balduzzi che ha voluto ricordare la "difficile fase" in cui è stato ministro, con la stabilità del Paese in bilico, in era di crisi economica e spending review. "Ci venivano richiesti tagli e ci sono stati momenti in cui si è dovuto difendere il Ssn da un eccesso di definanziamento", richiama alla mente l'ex ministro che dice di aver comunque potuto fare affidamento "sull'appoggio dell'allora presidente del Consiglio", Mario Monti che oggi era presente per i saluti istituzionali nelle vesti di presidente dell'università Bocconi.

Per Sirchia "c'è tantissimo da fare sugli stili di vita, il cui rapporto con le malattie croniche è indiscutibile, e c'è tanto da fare con l'ambiente che è fondamentalmente una responsabilità dello Stato. Sappiamo ormai che la combustione dei combustibili fossili è il vero pericolo di questo mondo. Si comincia solo ora a parlarne ma si sa da tempo che" questi inquinanti "sono sorgenti di malattie con spesa enorme. Molte statistiche non vengono prodotte perché ci spaventeremmo. Bisogna su questo coinvolgere il governo e le comunità locali".

Quanto al Ssn, Sirchia si concentra sulle iniquità che a suo avviso sono presenti, peraltro rilevate in alcune sfumature anche dal rapporto Oasi 2018. "Elementi di iniquità che andrebbero rapidamente risolti. Uno è la differenza che esiste fra varie realtà del Paese sulle condizioni e probabilità di vita e salute, e non parlo solo del Sud ma anche delle comunità dislocate, delle piccole isole. Sarebbe ora di riportare equità nel sistema. Per farlo - puntualizza Sirchia - credo che il Governo centrale debba fare dei passi avanti, non dei passi indietro. Perché la prepotenza regionale è stata eccessiva".

Questo "non vuol dire soverchiare" le Regioni, precisa, ma "esercitare la responsabilità di guida del Paese, lavorare ognuno nel suo ruolo in un contesto che non sia di assenza di controlli. I Lea (livelli essenziali di assistenza) non possono essere solo un elenco di prestazioni, va capito se le risorse date sono state usate bene e se le prestazioni sono state erogate alla popolazione. Io l'ho messo nella Finanziaria del 2005 ed è rimasto lettera morta. E' un nodo che va affrontato. Un'altra cosa che mi disturba è la libera professione intramoenia che è diventata una sorgente di denaro anche per la struttura sanitaria".

"Il cittadino - osserva Sirchia - paga due volte per la prestazione, tutto questo andrebbe quantomeno regolato. Non si capisce perché una persona per superare un'attesa impossibile debba ricorrere a questo per salvarsi la salute. L'intramoenia deve essere rivolta alle liste d'attesa, affinché i medici che la fanno, lavorando di più, aiutino il Ssn a smaltirle. Cito infine i ticket, altra forma di vessazione iniqua. A questo elenco si accompagnano le iniquità legate ai determinanti economici, a cui è difficile mettere mano, e alle condizioni ambientali dove ritengo si possa fare qualcosa. E infatti il mio primo suggerimento è di investire in prevenzione a basso costo e ad alto ritorno per la popolazione".

Se Lorenzin, intervenuta con una videointervista perché impegnata in un convegno internazionale, un cruccio è stato "non portare a casa un provvedimento che ritenevo fondamentale, e cioè la riforma del sistema di commissariamenti regionali", sull'equilibrio dei conti dice la sua anche De Lorenzo, secondo cui, "se si fosse applicata subito la legge sulla responsabilità di spesa, forse non saremmo dovuti arrivare alla logica dei ripiani con tutte le conseguenze che abbiamo visto". Per l'ex ministro "chi governa deve lavorare per l'applicazione lea su cui ci sono disparità inaccettabili. Sta diminuendo anche la spesa sul sociale, con carenze vitali. Per esempio, manca l'assistenza domiciliare per 40 mila malati di cancro che oggi muoiono in reparti per acuti. Inaccettabile è anche che non venga garantito l'accesso ad alcuni farmaci salvavita solo perché non vengono messi in qualche prontuario regionale".

Il consiglio di Bindi "al ministro, ma anche alla politica italiana tutta, opposizione compresa, è di porsi come obiettivo quello di assicurare un diritto fondamentale, non considerandolo un capitolo secondario soprattutto in un momento in cui il Paese vive delle criticità; rinnovare la legge 833 evitando scorciatoie come la scelta di una doppia gamba di finanziamento (fondi integrativi, welfare aziendale). La salute non è un diritto del lavoratore, ma della persona - ragiona l'ex ministro - Con il welfare aziendale si lega questo diritto al contratto di lavoro. Il rischio è che salti l'appropriatezza delle prestazioni, si fomenti il consumismo sanitario, non ci sia più la spinta a richiedere un miglioramento del sistema".

No da Bindi a "una mutazione genetica del sistema senza una scelta politica dietro. Il tema va affrontato con dati scientifici di valutazione e anche dati culturali. Il sistema universalistico è il più sostenibile anche perché produce più salute. Dire il contrario è una posizione ideologica - avverte - Durante il mio periodo al ministero la prima preoccupazione è stata ribadire i principi della legge 833, come quello della fiscalità generale come unico finanziamento per il Ssn e il no a un doppio binario. Cosa che richiede forte responsabilità di tutti i livelli istituzionali e controllo della spesa. Ai miei tempi altri Paesi, come l'Olanda, prendevano altre strade optando per un finanziamento misto con fondi integrativi o sostitutivi. La mia è stata una battaglia per l'universalità delle cure".

Il viaggio dal passato al presente del Ssn tocca anche alcuni dei casi che hanno dominato le cronache delle varie epoche. Bindi ricorda la vicenda Di Bella, che ha rischiato di minare un principio fondamentale del Ssn. L'abbiamo gestita e questo ci è stato riconosciuto anche dalla classe scientifica". Il caso Stamina viene citato sia da Lorenzin che ha messo lo stop ai trattamenti proposti da Davide Vannoni fra le scelte di cui va più fiera, sia da Balduzzi che ha sottolineato come il decreto che porta il suo nome "sia stato attaccato da tutte le parti, anche dagli scienziati, ma senza questo passo chi è venuto dopo non avrebbe potuto mettere la parola fine alla storia". "C'era da prendere un toro imbizzarrito e governarlo. Il Paese era come impazzito, in campo personaggi da personaggi dello spettacolo al più grande quotidiano del Paese. Ricevevo decine di migliaia di lettere, una parte della magistratura autorizzata i trattamenti".

Infine il caso del sangue infetto. Per De Lorenzo, "il fatto che siano state messe in circolo 'leggende metropolitane' su una mia responsabilità nella vicenda, ora smentite anche dalla Cassazione, è stato il dolore più amaro per me rispetto ai miei anni al ministero. E uno dei provvedimenti di cui vado orgoglioso è invece proprio la legge di riforma per il sangue sicuro".