Nanovettori per cure meno tossiche contro le malattie del fegato


  • Adnkronos Salute
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Milano, 9 apr. (AdnKronos Salute) - Nanovettori biocompatibili e biodegradabili diretti al fegato, per trasportare farmaci contro l'epatite o altre malattie infiammatorie e autoimmuni dentro l'organo bersaglio, con minore tossicità verso altri tessuti. Si chiamano 'Ananas', sono frutto di una collaborazione tra il Dipartimento di biochimica e farmacologia molecolare dell'Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e il Dipartimento di scienze del farmaco dell'università di Padova, e sono protagonisti di uno studio al quale hanno partecipato anche il Dipartimento di gastroenterologia dell'ospedale San Gerardo di Monza e il Pharmazentrum della Goethe University Hospital di Francoforte.

Il lavoro - pubblicato su 'ACS Nano' - ha mostrato che, in un modello animale di epatite autoimmune, l'incorporazione del farmaco steroideo dexametasone nei nanovettori realizzati ad hoc dai ricercatori ne riduce la tossicità e ne potenzia l'efficacia. I nanosteroidi così formati riescono infatti a mantenere legato il farmaco fino al raggiungimento del fegato, a penetrare all'interno delle cellule responsabili dell'infiammazione, a rilasciare il farmaco esclusivamente in queste cellule, e a produrre un effetto terapeutico riducendo la fibrosi e abbassando i livelli di transaminasi circolanti. I risultati vengono definiti "di grande interesse per la possibilità di effettuare trattamenti in pazienti con epatite autoimmune riducendo al massimo il rischio di effetti collaterali, e di estendere tale strategia ad altre patologie infiammatorie del fegato".

"La marcata tendenza dei nanovettori ad accumularsi nel fegato, il cosiddetto tropismo epatico, è spesso considerato un limite per lo sviluppo di nanofarmaci - spiega Paolo Bigini, responsabile dell'Unità di nanobiologia del Mario Negri - Noi al contrario sfruttiamo questa caratteristica a nostro vantaggio, potenziando il trasporto epatico di un cortisonico e riducendone contemporaneamente l'accumulo in altri organi. La scelta di testare il nostro nanocomposto nel modello di epatite autoimmune, suggeritoci dal professor Pietro Invernizzi, primario del Reparto di gastroenterologia dell'ospedale San Gerardo, si è rilevata estremamente appropriata e promettente".

"E' importante sottolineare - precisa Mario Salmona, responsabile del Dipartimento di biochimica e farmacologia molecolare dell'Irccs meneghino - che l'evidenza di un tropismo epatico è condizione necessaria, ma non sufficiente, per sviluppare un nanovettore a uso terapeutico. Parametri quali la stabilità in circolo, la bassa immunogenicità e la capacità di rilasciare il farmaco solo sul bersaglio patologico, sono stati infatti tenuti in grande considerazione nel nostro progetto di ricerca". In questo contesto, rileva Margherita Morpurgo dell'università di Padova, "le Ananas che sviluppiamo e caratterizziamo nel nostro laboratorio soddisfano tutte queste caratteristiche e possono essere prese in seria considerazione per pensare a un serio trasferimento dalla ricerca alla clinica".

"Da ricercatore e da clinico - commenta Invernizzi - ritengo estremamente promettente il lavoro svolto in collaborazione con il dottor Bigini e la professoressa Morpurgo. Il trattamento di infiammazioni epatiche è molto delicato e l'utilizzo di strategie alternative, quali ad esempio quelli generati dalle nanotecnologie, potrebbe contribuire significativamente a migliorare la qualità della vita di molti pazienti".

L'innovativo sistema di rilascio - ricorda una nota - ha ricevuto diversi riconoscimenti e attestati di interesse tra cui il premio nella seconda edizione di Open Accelerator promosso da Zambon Group, per la produzione di nanovettori a uso clinico, e il finanziamento di un progetto da parte del ministero della Salute per valutare l'effetto di nanosteroidi su un modello di infiammazione primaria della bile.