Medico lavoro, 'rischio nuovo lockdown per tamponi tardivi'


  • Adnkronos Sanità
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

Milano, 28 apr. (Adnkronos Salute) (di Lucia Scopelliti) - "Con l'ondata di tamponi che faremo per i rientri al lavoro di dipendenti in isolamento fiduciario mai testati e quindi mai entrati nei conteggi, ho paura che troveremo diversi positivi, considerato che non è raro restarlo per settimane, anche più di un mese. Queste persone mai tamponate prima saranno a tutti gli effetti conteggiate come nuovi casi. Il mio timore è che ci richiudano di nuovo, che si rischi un nuovo lockdown per casi non recenti e in realtà non legati alla riapertura, solo mai censiti". E' la riflessione di Cristina Nicosia, medico del lavoro per molte aziende di diversi settori, gran parte con sede in Lombardia.

"Durante l'emergenza coronavirus - racconta all'Adnkronos Salute - ho avuto situazioni in cui, con un lavoratore morto di Covid, non sono riuscita a ottenere che venissero sottoposti a tampone i colleghi che condividevano per 8 ore l'ufficio con lui e hanno sviluppato sintomi nella settimana successiva al suo ricovero. Erano i primi tempi della crisi Covid-19 nel Bergamasco", una delle province più funestate dal virus Sars-CoV-2, "e mi è sembrato logico chiamare l'Ats e avvisare della presenza di 5 contatti di caso positivo con sintomi. Era chiaro che poteva essere coronavirus. Mi hanno ringraziato per la segnalazione, ma non è successo niente. Nel senso che i lavoratori sono stati contattati, ma zero tamponi. Per loro è scattato l'isolamento, ai tempi in cui per la quarantena era indicata una durata di 14 giorni. Per fortuna nel frattempo l'azienda in questione ha chiuso per il lockdown".

"A questo episodio - dice Nicosia - ne sono seguiti altri. Ci sono tantissimi lavoratori potenzialmente a rischio di essere ancora positivi, ma mai tamponati finora". Ora la fase 2 incombe, è praticamente già qui. Ma la sensazione "è che sarà un caos". I medici del lavoro vengono indicati da più documenti come la chiave di tutto. Pieni poteri sulla carta, ma all'atto pratico "tanta burocrazia e vicoli ciechi rendono difficile ogni cosa", dice Nicosia. Altro nodo è quello dei test sierologici: "La pressione dalle aziende è tanta, chiedono i test per tutti i lavoratori. Peccato che oggi non sono disponibili, non ne possiamo fare, non abbiamo accesso. Non c'è un percorso preciso e certezza su quali siano validati e quali no. Non si sa neanche come si dovrebbero interpretare i risultati". Gli esperti, per esempio, evidenziano che non danno una patente di immunità. "E' una caccia inutile al momento".

Ad oggi, dice il medico aziendale, "mi trovo a fronteggiare persone che mi chiedono il test sierologico come se io fossi l'ostacolo, ma non è così. E' tutto bloccato". La confusione regna sovrana. "Per fare un esempio - prosegue Nicosia - nei giorni scorsi il sindaco di un comune dell'area metropolitana di Milano ha annunciato su Facebook di avere ottenuto un accordo con un laboratorio che può fare i test. Basta l'ok del medico competente, ha detto. Le aziende si sono illuse. Alcuni titolari mi hanno chiesto di firmare un via libera. E io ho detto va bene. Ma, di nuovo, è inutile. Ora magicamente la storia è che si aspetta l'ok delle autorità competenti".

La verità, osserva, è che "per adesso una campagna di test sierologici aziendali è qualcosa di non realizzabile. E' un problema serio. Le aziende si aspettano una cosa e la realtà è un'altra. Poi si porrà anche il problema dei consulenti e dei lavoratori somministrati. Se un'azienda, per fare un esempio, ha uno sviluppatore di software che lavora in banca, teme che quest'ultima le chieda il test per la riammissione del suo lavoratore e preme. Chissà cosa succederà. Ci sono poi le regole che variano da regione a regione e complicano la situazione di aziende con sedi in diverse zone d'Italia".

La Lombardia in un documento del 15 aprile dà indicazione alle Ats sul percorso per la riammissione sul posto di lavoro dopo un'assenza legata in qualche modo al coronavirus. Si affronta il caso di chi ha una storia di malato Covid, e potrà vedersi chiudere la quarantena obbligatoria se, dopo 14 giorni di 'clinica silente' (niente febbre e un numero regolare di atti respiratori al minuto), ha due tamponi negativi a distanza di 24 ore. E poi si fa il punto sul capitolo pazienti in isolamento domiciliare fiduciario. Nel documento si legge che ci si troverà di fronte a "un numero elevato di soggetti che sono stati monitorati dal medico di famiglia per i quali non è possibile effettuare sistematicamente il tampone".

Per loro viene riportata l'indicazione relativa alla "opportunità di valutare l'allungamento del tempo di osservazione" da "14 a 21 o meglio 28 giorni". Ciò, ammette la Regione, "al fine di attuare un comportamento prudenziale laddove non vi sia possibilità di sottoporre tutti i soggetti al test per la ricerca di Sars-CoV-2 e stante l'attuale indicazione di non utilizzo dei test sierologici per indicare un soggetto guarito e non più infettivo". Ci sono poi tutti i contatti sintomatici di un caso accertato o sospetto di Covid, mai testati "stante la numerosità in periodo epidemico". Per le persone in isolamento fiduciario, indica la Regione, conclusa la sorveglianza con sintomi assenti da almeno 14 giorni, scatta il percorso del tampone.

"I numeri di dipendenti che rientrano in queste casistiche sono tantissimi e si pone il problema del rientro al lavoro - evidenzia Nicosia - Come medici competenti ora abbiamo la facoltà di richiedere il tampone. Come? Interpellando il medico curante che chiede all'Ats. E' facile immaginare quanto sarà enorme la quantità di dati scambiati, le visite che si aggiungeranno a quelle normali. Non sappiamo proprio come si gestirà la parte burocratica. Ma se io per un tampone o un test sierologico devo passare dal medico di base e dall'Ats sono complicazioni in più. Non potremmo avere anche noi accesso alla gestione dei test diagnostici per Covid, o comunque accedere come il curante e l'Ats al portale di prenotazioni e refertazioni? Sarebbe già un passo avanti".

Ora, fa notare il camice bianco, è "tutto un piovere di documenti". Che si sommano al documento dell'Inail, in cui si fa il punto sulle misure di prevenzione e protezione che si dovranno assumere e su vari altri aspetti. Vengono individuate classi di rischio per i principali settori lavorativi: alto per sanità e assistenza sociale, farmacisti, forze dell'ordine, atleti professionisti, agenzie funebri, parrucchieri; medio-alto per badanti, interpreti, lavoratori dello spettacolo, microbiologi, addetti alle mense e camerieri, corrieri e manutentori.

Si parla di mascherine, spazi di lavoro e pannelli in plexiglass, orari e organizzazione, attività di sanificazione. E sul fronte medicina del lavoro si pone il problema della "sorveglianza sanitaria eccezionale" sui lavoratori over 55 o con particolari condizioni patologiche, oltre a suggerire - per chi rientra in questa fascia - che "in assenza di copertura immunitaria adeguata (utilizzando test sierologici di accertata validità), si dovrà valutare con attenzione la possibilità di esprimere un giudizio di 'inidoneità temporanea'".

Sempre sul medico competente grava il 'faldone' delle visite per il reintegro progressivo dei lavoratori post infezione. "Insomma - conclude Nicosia - nelle carte si ribadisce il ruolo cruciale del 'medico competente', che finora non è stato considerato, né interpellato, né formato e informato. Nessun legame è stato stabilito con gli organi competenti. L'atteggiamento sembra solo uno scaricare le responsabilità su un professionista che non ha alcun potere sulla diagnostica in questa fase e pertanto è povero di strumenti valutativi. Su quello che serve per gestire la Fase 2 non ci ha ascoltato nessuno".