Mantenimento con olaparib per il tumore ovarico: dati real-world


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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Secondo quanto riportato sulla rivista Gynecologic Oncology, la terapia di mantenimento con olaparib in donne con tumore ovarico è attiva e ben tollerata anche al di fuori degli studi clinici, nel contesto della vita reale. “Il tumore ovarico rappresenta la neoplasia ginecologica più letale a livello mondiale e circa il 70% delle pazienti mostra ricorrenza di malattia nonostante l’intervento chirurgico e la chemioterapia” ricordano gli autori, guidati da Sabrina Chiara Cecere dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli.

Cecere e colleghi hanno valutato efficacia e sicurezza del trattamento di mantenimento con olaparib in uno studio retrospettivo condotto in 13 centri MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer and gynecologic malignancies) e coinvolgendo un totale di 234 donne, tutte con mutazioni in BRCA, nella maggior parte dei casi germinali. “Abbiamo anche prestato particolare attenzione al trattamento e alla risposta post-progressione con olaparib” aggiungono i ricercatori, precisando che circa la metà delle partecipanti aveva ricevuto olaparib dopo 3 o più linee di chemioterapia con platino con risposta radiologica completa (CR) o parziale.

Dall’analisi è emersa una sopravvivenza mediana libera da progressione (mPFS) pari a 14,7 mesi, statisticamente maggiore in donne con valori sierici di Ca125 nella norma al basale, una CR dopo l’ultima chemioterapia a base di platino e che avevano ricevuto olaparib dopo la seconda terapia a base di platino. I dati relativi alla sicurezza non hanno mostrato differenze significative rispetto a quelli già emersi in studi precedenti.

“Particolarmente interessanti sono i dati relativi alle 66 pazienti che hanno ricevuto ulteriori terapie dopo progressione con olaparib” aggiungono i ricercatori. In dettaglio, i tassi di risposta (overall response rate, ORR) sono stati del 22,2% dopo un nuovo trattamento con platino a 12 o più mesi dall’ultima chemioterapia a base dello stesso agente. “Questi ultimi dati devono essere confermati in altri studi, anche di tipo traslazionale, per valutare il significato biologico della cross-resistenza tra inibitori di PARP come olaparib e la chemioterapia” concludono gli autori.